Modena, quasi mezzo secolo fa, Roberto Salvini portava all'interno le metope del Duomo, opera di Wiligelmo. A Pisa si conservano, nel Museo dell'Opera, decine di sculture di Giovanni Pisano che vengono dal Battistero; a Siena sono all'interno le sculture di Giovanni Pisano staccate dalla facciata del Duomo; a Milano, al Museo della cattedrale, sono molte le sculture già sulle guglie poste in salvo; a Parma le sculture di Benedetto Antelami, che stavano all'esterno del Battistero, sono oggi al riparo. Insomma, la pietra delle cattedrali è malata, di più l'arenaria, che si sfarina, ma anche le brecce si frammentano, e comunque le superfici delle sculture sono attaccate dagli acidi dell'atmosfera. «Quella della conservazione delle sculture all'aperto è questione che discutiamo dagli anni Sessanta», dice Roberto Cecchi, direttore generale per i Beni architettonici, storico-artistici ed etno-antropologici, e aggiunge: «A Bologna esiste il Centro Cesare Gnudi che si occupa del problema; in taluni casi non c'è dubbio che si debbano ricoverare le sculture all'interno per salvarle, non c'è una scelta di fondo, ideologica, per cui le sculture all'aperto debbano rimanere lì a ogni costo, vi restano compatibilmente con le esigenze di conservazione e di tutela». E il soprintendente ai Beni architettonici e del paesaggio della Lombardia orientale, Luca Rinal-di, aggiunge: «Per le sculture all'aperto il discrimine è la conservazione; a Milano il degrado dei cotti dell'Ospedale Maggiore (ora Università degli studi) è gravissimo; a Pavia, a fine anni Cinquanta, un restauro per impregnazione a San Michele ha creato una crosta che si è staccata, e adesso per capire almeno il soggetto delle sculture abbiamo solo le incisioni di Fernand de Dartein e le foto ottocentesche, mentre i pezzi originali all'esterno sono quasi tutti illeggibili». Un problema in più presenta il Duomo di Cremona: l'inquinamento sta sbriciolando (prima questione) le sculture erratiche di Wiligelmo, un tempo collocate altrove e poi finite (seconda questione) sulla facciata e altrove. Come andarono le cose? Forse fu responsabilità di Luigi Voghera, un architetto che nel XIX secolo ha sistemato il Palazzo comunale e il portale maggiore e altre parti del Duomo cremonese. «Quindici anni fa precisa Rinaldi ci si è orientati a lasciare i pezzi scolpiti all'esterno, testimonianza della attenzione per il medioevo della cultura ottocentesca». Certo, se analisi chimiche e confronti fotografici testimonieranno questo significativo degrado, «allora si dovrà porre il problema della salvaguardia delle opere al ministero, al Comitato di settore». Dunque la sorte delle sculture di Wiligelmo a Cremona non è ancora segnata. D'altro canto hanno appena messo in salvo a Pisa gli angeli di Tino di Camaino già in facciata del Duomo; molti bronzi, il Marco Aurelio a Roma, la Giuditta di Donatello e la Porta del Paradiso del Ghiberti a Firenze sono copie, come le formelle di pietra di Andrea Pisano un tempo sul campanile di Giotto. Ma per alcuni problemi risolti ve ne sono centinaia da affrontare: le pietre romaniche all'esterno sono votate alla distruzione al Duomo di Parma, a Santa Maria Maggiore a Bergamo, a San Nicola a Bari, a San Pietro in Ciel d'oro a Pavia. E la geografia della distruzione segue da vicino quella della industrializzazione. Forse è tempo di un riflessione globale sul problema.