ROMA Un rapporto sempre più stretto tra cultura e imprenditoria, da attivare con l'informazione sui possibili campi di intervento e sulle agevolazioni di cui possono beneficiare le aziende: una per tutte, la deducibilità totale dal reddito di impresa degli aiuti all'arte e allo spettacolo. E ancora: una maggiore collaborazione con le autonomie locali; la messa in rete delle risorse per favorire la nascita di bacini per la cultura, lo sport e il turismo; la predisposizione di studi di fattibilità per il ripristino di parti del paesaggio degradate; l'istituzione di corsi di formazione in materie organizzative e gestionali per il personale del ministero dei Beni culturali. Sono gli obiettivi della convenzione sottoscritta ieri da Giuliano Urbani, ministro per i Beni culturali, e Antonio D'Amato, presidente di Confindustria. Il patto per la cultura è stato siglato al termine del convegno romano su "Mecenatismo e Imprenditorialità", uno degli appuntamenti della settimana della Cultura d'impresa. Il fine ultimo dell'accordo è di rivitalizzare il grande patrimonio culturale di cui disponiamo, quello che D'Amato ha definito il «giacimento petrolifero del Paese». Un patrimonio, ha sottolineato il presidente degli industriali, finora sottoutilizzato, che non è ancora diventato «parte integrante delle strategie di crescita economica, sociale e civile» dell'Italia. Eppure vivere in un territorio bello e intelligente rappresenta, ha aggiunto D'Amato, un indubbio «vantaggio competitivo». C'è bisogno di rimettere in moto la società, come ha fatto anni fa la Gran Bretagna. Una scossa che parta dalle università, si trasmetta al territorio e coinvolga la classe imprenditoriale, chiamata ad assumersi maggiori responsabilità nel settore della cultura. Una scossa in grado di "lasciare il "segno" nella società. «Il "fatto in Italia" come l'ha definito D'Amato, rifuggendo gli anglicismi si è finora retto su tre gambe: l'alimentare, la moda, le tecnologie. Bisogna aggiungerne altre tre: la cultura, la qualità della vita e la qualità dell'ambiente». «Dobbiamo "vendere" ciò di cui disponiamo» ha sottolineato Michele Perini, presidente di Assolombarda e di Museimpresa. «Siamo consumatori stanchi, perché abbiamo tutto. La gente, dunque, cerca una qualità di vita più forte, in cui l'elemento cultura sia presente». Nei prodotti che definiscono il "marchio Italia", ha spiegato Urbani, sono incorporati la bellezza, lo stile, l'armonia che provengono dalla nostra cultura. Un connubio tra impresa e arte che bisogna incentivare. «È un dovere ha aggiunto il ministro approvare una legge di defiscalizzazione generale, di tax sheltcr, per aumentare gli interventi in campo culturale. La bozza è già pronta ma la tengo nel cassetto, perché il mio amico Tremonti, non mi consente di tirarla fuori. Ma appena i venti cambiano, mi faccio avanti. Così come è necessario dare maggiore pubblicità alle misure che già esistono e che consentono alle imprese di dedurre per intero i contributi per l'arte». Secondo Urbani, anche il Codice dei beni culturali (in via di emanazione), le risorse garantite dallo storno all'arte del 3 degli investimenti in infrastrutture e la riforma del ministero, vanno nella direzione della convenzione sottoscritta ieri. Il primo perché mette ordine nel caos creato dalla riforma del Titolo V della costituzione, con il "pasticcio" tra competenze statali in materia di tutela e competenze regionali sulla valorizzazione; il secondo intervento perché assicurerà in un anno il triplo delle risorse provenienti attualmente dal gioco del Lotto; la terza perché «tenderà il ministero più sensibile al rapporto tra pubblico e privato».