Scavi sotto Palazzo Vecchio... avanti tutta. A quattro anni dall'inizio dei lavori, che hanno portato alla luce una larga porzione dell'antico teatro romano, sta per prendere il via una nuova (e probabilmente ultima) fase di scavi. L'obiettivo finale è trasformare quest'area di scavo - circa 450 metri quadrati in tutto - nell'inizio del percorso attraverso cui si visiterà il «Museo di città» costituito da Palazzo Vecchio. A dirlo è l'architetto Giuseppe Cini che ieri, insieme alla vicesoprintendente archeologica Carlotta Cianferoni e al geometra Ulivi del Comune, ci ha fatto da guida nella visita alla scoperta dei segreti sotto il Palazzo della Signoria. «In certe zone dello scavo - ha detto Cini - sono ormai allo scoperto anche le fondamenta del teatro romano, la cui base si trova a otto metri sotto terra. Alla luce dei reperti emersi, più interessanti di quanto si credeva all'inizio, è stato deciso di non seguire più il progetto dell'architetto Natalini, che prevedeva di scavare una zona limitata e di ricavarne un "museino" archeologico, bensì di ampliare lo scavo fino alle strutture portanti del teatro e fino altre zone di particolare interesse. Questa nuova fase di lavori servirà sia allo scavo archeologico, sia al consolidamento delle strutture. Perché in qualche caso è necessario anche mettere dei supporti. La variante del progetto servirà per uniformare il quadro economico alla diversa conformazione dei lavori. Alla fine - ha aggiunto Cini - sottoporremo all'amministrazione i risultati dello scavo e si spera che ci chiedano di creare un percorso archeologico o fine a se stesso, e comunque sarebbe molto interessante, oppure che si colleghi al resto del palazzo come momento d'inizio di un percorso che dalle origini porta al medioevo, poi agli Uffizi, alla galleria vasariana e infine a Palazzo Pitti. In tutto 1718 secoli di storia: un percorso che sul pianeta non ha uguali». In effetti varcando il portone di via de' Gondi, sul fianco nord di Palazzo Vecchio, è come viaggiare in una macchina del tempo, con i segni ben visibili della stratificazione delle epoche, di diverse tecnologie e soluzioni adottate per risolvere i problemi. E con notevoli sorprese: «Quello che rimane del teatro - ha detto Carlotta Cianferoni - è molto di più di quel che si pensava, tanto da poterci ricavare un percorso. Si vede la struttura e l'abbiamo potuta posizionare con esattezza. Non solo: il palazzo in larga parte vi poggia sopra, evidenziando la continuità tra la struttura romana e il palazzo ». Passeggiando tra plinti a base rettangolare, archi, cassette di reperti (manufatti in terracotta, in metallo e perfino ossa di animali, forse di cavalli che lascerebbero supporre un'area destinata alla macellazione), si scorgono qua e là dei pozzi, degli smaltitoi e soprattutto i diversi «stili edili», uno spaccato di duemila anni di storia dell'architettura. Ci sono muri, ad esempio, che nella parte inferiore (quella di epoca romana, databili tra la fine del primo secolo avanti Cristo e l'inizio del primo dopo Cristo) appaiono compatti, ben rifiniti e talvolta perfino intonacati, mentre la parte superiore (medievale, del XII-XIII secolo) sembrano costruiti da una mano inesperta, con sassi di fiume, muratura incoerente; come se in mille anni si fossero perse anche le più elementari regole delle costruzioni. Poi il fascino viene di nuovo rapito dalle strutture del teatro di nuovo a nudo: «È di età augustea - ha detto Carlotta Cianferoni - ed ha subito una serie di trasformazioni, si è accresciuto. Le varie vicende si leggono nella stratigrafia. D'altronde non dobbiamo scordare che questa è lo zona degli edifici pubblici importanti, come l'anfiteatro, la fullonica e le terme». Tra le varie costruzioni architettoniche tornate alla luce, c'è anche una specie di canale che, se non si trovasse otto metri più in basso, sembrerebbe un moderno scolmatore di fiume. Invece è una «burella », cioè lo spazio ricavato tra i muri di sottostruttura della cavea, delle gradinate del teatro. Queste erano 10, disposte a raggera tra via della Ninna e Palazzo Gondi. Questa è una delle scoperte fatte durante questa ultima tranche di scavi che, sempre secondo la Cianferoni, «meriterebbe di essere valorizzata in un "Museo della città" che non può essere altro che qui. E sarà l'occasione anche per rinverdire i risultati degli scavi di tanti altri colleghi per far capire ai fiorentini, e a tutti coloro che saranno interessati, dove poggiano i piedi. Sette secoli di storia I primi interventi di carattere stratigrafico all'interno di palazzo vecchio iniziarono nel 1994. Da allora sono state organizzate ben 4 campagne di scavo: l'ultima è tuttora in corso. Gli scavi hanno permesso di riportare alla luce una parte del teatro romano di Florentia, che venne costruito perpendicolarmente rispetto al corso dell'Arno in appoggio a un declivio naturale. Al cantiere del teatro sono da riferire sia una fossa per impastare la calce sia un drenaggio fatto attraverso delle anfore. A partire dal V-VI secolo dopo Cristi all'inetrno delle camere radiali (tra le burella) e sopra la cavea iniziarono ad accumularsi una serie di strati fino alla fine del XIII quando venne costruito, proprio sui resti dell'antico teatro romano, una parte dell'attuale Palazzo Vecchio. Questo venne ampliato nel XVI secolo e la Terza corte poggia proprio sulle mura sui resti dell'antico monumento. Di questo, durante l'alto medioevo, si era perduta ogni memoria solo alla fine del XIV secolo fu riconosciuta l'esistenza e l'ubicazione di una costruzione (ritenuta, a torto, il circo) mentre solo nel 1490 Giuliano da Sangallo mise in luce cospicui avanzi di antiche costruzioni. Ma che si trattasse dell'antico teatro, ancora non v'era certezza. Solo nel 1875, durante gli sterri per l'apertura del fognone sottostante l'attuale via de' Gondi, tra la meraviglia generale furono scoperti i muri di sottostruttura della cavea. Fu l'ingegnere F r a s c h e t t i che, di sua iniziativa esplorò i ruderi del teatro compilandone una pianta. Una nuova indagine venne effettuata nel 1935 a cura dell'architetto comunale Gasperi Campani i cui rilievi servirono a integrare il prezioso lavoro del Fraschetti, senza per altro giungere ad una completa ricostruzione dell'edificio, che oggi invece è possibile.