E' tempo di elezioni, tempo, quindi, di programmi e di dichiarazioni di intenzioni. Proviamo qui a sollevare qualche tema di particolare importanza per il Sud. Di 8 milioni di visitatori di musei, siti archeologici e monumenti statali del Sud (su un totale italiano di 35 milioni) ben 6,8 milioni toccano alla Campania, e ben lo si capisce. S Stanno qui Pompei, la Reggia di Caserta, il Museo archeologico e la Galleria di Capodimonte a Napoli: ossia attrazioni di livello mondiale. Ma, benché i visitatori siano pochi, anche nel restante Sud vi sono molti musei e aree di grande interesse, la cui debolissima frequentazione si deve solo alle note carenze del Sud in tanti settori: sicurezza, accessibilità, servizi al pubblico e simili, nonché, per i residenti nel Sud, lo scarso reddito medio, che certo non stimola a interessi museali o archeologici. Una politica nazionale al riguardo dovrebbe, perciò, diffondere nel Sud livelli minimi di qualità, garantendo ai visitatori uguali servizi in tutti i musei e siti e beni culturali, anche di proprietà locale o ecclesiastica, e mettendo così il Sud su per giù alla pari col resto del paese, in questo settore, almeno per i servizi agli utenti. A ciò possono ben servire gli accordi di programma-quadro fra Stato e Regioni, ma, poiché lesperienza fattane non è positiva, si può pensare a qualche accorgimento. Da un lato, tutti i siti carenti, a una certa data, negli standard di funzionamento dei musei e in alcuni servizi essenziali (apertura al pubblico, servizi di accoglienza, sistemi di sicurezza, ausili didattici, allestimenti adeguati, siti internet, superamento di barriere architettoniche, bookshop e librerie, eventuali carte-museo, eccetera) potrebbero predisporre un loro piano, indicando le risorse necessarie e i tempi entro cui, erogando i finanziamenti a stati di avanzamento dei lavori, a tali carenze si possa in buona misura ovviare, e prevedendo attività di formazione e aggiornamento delle figure professionali occorrenti nei siti, nonché, a programma realizzato, attività di monitoraggio e controllo. Dallaltro lato, si può pensare a un accreditamento dei musei e dei siti sia per consentire agli utenti di distinguere quelli di interesse locale da quelli di più rilevante interesse, sia per articolarne meglio la promozione e per gestire le risorse evitando interventi a pioggia. Il ministero per i Beni e le attività culturali, le Regioni e gli enti locali possono rifarsi a tal fine al Codice dei Beni Culturali, che, allarticolo 114, prevede, appunto, la realizzazione, mercé intese istituzionali, di Piani di valorizzazione territoriale, quali motori di una valorizzazione più ampia, che coinvolga territorio, infrastrutture, settori produttivi, politiche turistiche. Un intervento organico, quindi, e non solo settoriale. Con quali risorse? Non possiamo dilungarci qui su quelle del ministero dei Beni e delle attività culturali, né sugli accordi con altri istituti (come Biennale di Venezia o Sviluppo Italia), che già prevedono interventi e azioni per musei e siti del Sud. A beni e attività culturali sono, comunque, interessati, come si sa, oltre a soggetti pubblici, anche soggetti privati senza scopo di lucro, come le fondazioni bancarie. Le risorse per il settore sono, quindi, molteplici, come lo sono le fonti di spesa. Un unico centro decisionale la spesa per la cultura non pare possibile. Possibile è, però, programmare la spesa pubblica sia statale che di derivazione europea, avviando, specie con le Regioni, un rapporto di leale collaborazione, mirante a obiettivi comuni e a migliorare lefficacia della spesa pubblica. Sarebbe una novità in un settore in cui da sempre un programma di spesa è un elenco indistinto di opere, soprattutto per gli investimenti. Lo strumento può essere, al riguardo, il Dup (Documento unitario di programmazione), in cui, identificate le risorse disponibili, sia ordinarie che europee, si formano piani e progetti secondo standard certificati, atti a realizzare obiettivi di medio-lungo periodo, anche per superare lo svantaggio competitivo del Sud. In seguito, o insieme, si potrebbe svolgere unattività ricognitiva presso enti pubblici e privati che siano soggetti di spesa nel settore, per verificare le convergenze programmatiche possibili. Quanto alle fondazioni bancarie, esse hanno destinato a beni e attività culturali, nel 2oo6, oltre 5oo milioni di euro, di cui più di i,o milioni per il restauro di beni artistici e architettonici. Intese di programma con esse sono previste nel Codice dei Beni culturali allarticolo 121, ma non sono vincolanti per queste fondazioni, che la Corte costituzionale ha dichiarato sottratte a imposizioni di compiti e missioni da parte della pubblica amministrazione, e possibile solo la loro adesione volontaria a singoli accordi. Si sa, infine, che in Francia, Gran Bretagna e altrove da tempo si pratica, con appositi organismi, una co-programmazione fra lo Stato e le maggiori associazioni imprenditoriali, individuando progetti strategici, soprattutto per il restauro, da cofinanziare; e i risultati così raggiunti vanno certo ascritti alla capacità di programmare dello Stato. E anche in Italia unesperienza simile cè da oltre un decennio a Torino. Chissà se qualche partito o candidato si impegnerà o presenterà idee o progetti sui beni culturali e loro annessi e connessi (turismo, occupazione, percorsi dello sviluppo, eccetera).
Beni culturali, parliamone prima del voto
Il Sud Italia è caratterizzato da una bassa frequentazione dei musei e siti archeologici, a causa di carenze in settori come sicurezza, accessibilità e servizi al pubblico. Una politica nazionale dovrebbe garantire livelli minimi di qualità per i visitatori in tutti i musei e siti, anche di proprietà locale o ecclesiastica. Per raggiungere questo obiettivo, si possono predisporre piani di valorizzazione territoriale, accreditare i musei e siti, e programmare la spesa pubblica con le Regioni e gli enti locali. Le risorse per il settore sono molteplici, ma un unico centro decisionale la spesa per la cultura non pare possibile.
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