Francesco D'Andria è Direttore della Scuola di specializzazione in Archeologia, Università del Salento Con l'inizio del nuovo anno, nel cuore della città di Lecce, uno squarcio aperto nel sottosuolo rivela ancora una volta i segreti di una città in cui la vita scorre, senza interruzioni, da quasi tremila anni. La conoscenza della storia urbana così si amplia e provoca l'interesse dei cittadini che vogliono partecipare all'avventura di un viaggio attraverso il tempo. Tutto ciò è il risultato di un progetto di Archeologia intitolato «Lecce sotterranea», che vede la collaborazione del Comune, dell'università, del ministero Beni culturali e del Cnr attraverso l'Istituto Beni archeologici e monumentali. Attraverso il metodo della concertazione e del coinvolgimento dei giovani si vanno affermando una serie di azioni che permettono di acquisire e di valorizzare un tesoro nascosto. E' quello che sta avvenendo nei lavori nel cuore di Lecce: un intervento di riqualificazione urbana della piazzetta Santa Chiara, vigilata dalla statua in bronzo di Vittorio Emanuele II, sta portando alla luce in questi giorni fasi e materiali della storia di Lecce prima assolutamente ignoti. Il lavoro di scavo è eseguito da Giuseppe Camassa e Gianni Petrachi, operai della ditta Meridies di Alessandro Quarta, e dagli archeologi dell'università del Salente Caterina Polito e Antonio Mangia. Eppure, agli inizi del '900, Cosimo De Giorni aveva eseguito scavi nel cantiere di costruzione dell'edificio della Banca d'Italia, lo scatolone in stile neo-fiorentino collocato tra le arcate dell'Anfiteatro romano e le ghirlande in pietra leccese di Santa Chiara. Allora erano apparsi muri a grandi blocchi, iscrizioni romane, tombe messapiche con oggetti di pregio, ma non erano ancora stati inventati l'archeologia urbana ed il metodo stratigrafico e tante informazioni erano andate perdute, specialmente sulle fasi del Medioevo e dell'età moderna. Gli scavi di questi giorni in piazzetta Santa Chiara vanno colmando quelle lacune e fanno emergere le strutture dell'Isola dei Ferrari (i fabbri), il quartiere artigianale che, tra '500 e '600, era andato crescendo accanto all'Isola del Governatore, antica sede del potere civico e della prima chiesa di Sant'Irene. Nelle buche di scarico si rinvengono infatti scorie di ferro, resti di lavorazione, l'attività quotidiana degli artigiani leccesi al tempo di Carlo V e dei Borboni. L'Isola dei Ferrari era stata cancellata dal «risanamento» ottocentesco per aprire la piazza, ed a sua volta aveva distrutto e coperto con le sue botteghe un cimitero dell'epoca di Maria d'Enghien. Nel Trecento la città doveva presentare zone libere dalle case, con chiesette intorno alle quali si aggregavano le sepolture del quartiere. Un paesaggio urbano diverso da quello attuale che ricorda piuttosto i villaggi inglesi, con la chiesa ed il recinto delle tombe all'interno dell'abitato. A Lecce altre tombe intorno a chiese e cappelle erano a Sant'Irene oppure in piazzetta Epulione. Nello scavo della necropoli a piazzetta Santa Chiara, si è fatta, qualche giorno fa, una scoperta straordinaria: una stele in pietra leccese, decorata con un motivo ad intrecci tipico del LX secolo d. C. Segnava la sepoltura di un certo Nicola, probabilmente un prete, come dice la bellissima iscrizione in greco che lo definisce «doulos tou theou», servo del Signore. Per la storia di Lecce è un documento importante e rarissimo perché si riferisce alle fasi precedenti l'arrivo dei Normanni nell'XI secolo d. C, quando la città, in cui si parlava greco, doveva avere un aspetto molto diverso da oggi; per averne un'idea bisogna pensare ad Otranto con le sue stradine strette e tortuose, che portano alla chiesa bizantina di San Pietro. Strato dopo strato si vanno sfogliando nuove pagine della storia salentina che si collegano ad altri scavi del centro storico il cui recupero si deve all'infaticabile monitoraggio svolto da Luigi Tondo, della Soprintendenza archeologica pugliese. Che Lecce fosse diventata ormai una potente città normanna lo dicono i documenti d'archivio ma anche gli scavi di Santa Chiara attraverso la ricchezza di oggetti e di ceramiche raffinate che attestano una fitta rete di relazioni con Costantinopoli, la Sicilia, l'Africa settentrionale. E sotto questi strati del Medioevo la sensazionale scoperta delle Terme. Così la «Forma Urbis» di Lecce romana si va completando e acquista rilievo specie in questa zona nodale, posta tra l'Anfiteatro ed il Teatro romano. Emerge un vero «quartiere dei divertimenti» dei leccesi che parlavano latino nel I secolo d. C, di fronte al quale impallidisce l'attuale «movida» che ne ripercorre, con uno strano effetto di ritorno, gli stessi itinerari. Infatti l'impianto termale è di dimensioni notevoli e doveva interessare tutto il quartiere tra piazzetta Santa Chiara e le stradine sino a San Matteo, dove iniziava il recinto sacro alla dea Iside ed ai misteriosi culti dell'Egitto. Possiamo senz'altro riconoscere in questo grande complesso monumentale le «Thermae Lupienses»; le dimensioni sino ad ora calcolate fanno pensare a circa 2.000 metri quadrati ma, senz'altro, i vani annessi, la palestra, i portici, dovevano raggiungere un'estensione maggiore. Possiamo senz'altro affermare che le Terme imperiali di Lecce sono oggi le più estese di tutta la Puglia e tra le più grandi nell'Italia antica. Quello che più colpisce nelle strutture già portate alla luce è l'estrema raffinatezza tecnica con cui i grandi blocchi di pietra leccese sono connessi: le superfici di contatto dei blocchi aderiscono perfettamente e sono legate da grappe di legno a coda di rondine, le superfici della pietra appaiono finemente regolarizzate con la gradina, uno strumento in ferro dai bordi dentati, che lascia sulle superfici una trama di linee. Sinora sono emerse le stanze riscaldate, i calidaria, con le colonnine in mattoni (suspensurae) che reggevano il pavimento creando una intercapedine che lasciava circolare l'aria calda. Nell'ambiente maggiore si apriva una grande nicchia in cui trovava posto la piscina: i Normanni avevano demolito con una certa sistematicità l'edificio, ma, negli strati di abbandono, abbiamo trovato una quantità di lastrine di marmo colorato, i rivestimenti delle pareti che davano alle Terme un aspetto sontuoso e ricco di contrasti cromatici: si usavano brecce coralline dell'Asia Minore (Turchia) e dell'Egitto, il famoso marmo «luculleo» proveniente dall'Africa (così chiamato perché solo ricconi come Lucullo potevano permetterselo) e poi il marmo dell'isola di Chio in Grecia, il Portasanta delle chiese di Roma. Ma è solo un assaggio di quanto è ancora celato nel sottosuolo di piazzetta Santa Chiara! Dopo la scoperta della strada romana, proprio di fronte a Palazzo Carafa, sede del Comune, le «Thermae Lupienses» ci fanno vedere un altro fotogramma di queste «città invisibili» che nasconde la Lecce barocca, evocate nel famoso libro di Italo Calvino. Nel progetto del Parco archeologico urbano, che l'assessore alla Cultura Adriana Poli Bortone sta promuovendo, insieme a Rudiae e San Cataldo, anche il centro storico di Lecce potrà giocare un ruolo fondamentale non solo nelle sue emergenze barocche, attingendo alle ricchezze del sottosuolo. I reperti di «Lecce sotterranea» andranno a documentare tremila anni di vicende e di culture diverse, nel Museo storico che sta sorgendo a pochi metri, nel Monastero di Santa Chiara, mentre a Palazzo Vernazza sarà collocato il Lare, Laboratorio di Archeologia della Città, in cui cittadini ed ospiti potranno partecipare, attraverso i metodi e le tecnologie della comunicazione, ad una avventura di ricerca che, solo se condivisa, può costituire un motore di crescita.