Un pomeriggio stavo guardando la telecronaca del Giro d'Italia. L'elicottero, seguendo la carovana, andava inquadrando un territorio verdeggiante, quasi pettinato, molto ben gestito, fra cittadine, villaggi e aperta campagna. Non feci però in tempo a compiacermi che ci fosse un'Italia così bentenuta. Capii infatti che il Giro era sconfinato in Austria dove l'urbanistica èunacosa seria sin dai tempi dell'Imperial RegioGoverno. Da noi i piani regolatori generali sonostati caricati, in passato, di attese straordinarie che la realtà dell'attuazione ha poi finito quasi sempre per deludere, facendo posto ad un sempre più palese disordine territoriale, all'imbruttimento di uno dei più bei paesaggi del mondo, accelerato dai disastrosi condoni berlusconiani, edilizio e ambientale. Sovente si è sbagliato ad assegnare ai "PRG" (piani regolatori generali) la valenza di "motore" essenziale, quasi, dello stesso sviluppo socio-economico, anziché(e sarebbegiàmolto)di regolazione urbanistica e paesaggistica dei processi di trasformazione. Romamoderna,ad esempio, è nata come una capitale senza industrie (in teoria), senza quella "soverchieagglomerazionidi operai", senza "i grandi impeti popolari" che, secondo il vero regista della Terza Roma, il piemontese Quintino Sella, avrebbero turbato la serenità dei lavori parlamentari. Nella realtà Roma ha poi sempre avuto una sua industria, non pesante certo, e ce l'ha soprattutto oggi, con sviluppi, fra l'altro, più dinamici dello stesso Nord, avendo saltato la prima rivoluzione industriale. Come dire che il mercato e le imprese vanno poiper conto loro. Entro le regole dei piani, nei Paesi civili e preveggenti. Molto al di fuori in Italia dove o si crivellano i PRG di deroghe e di varianti subito dopo averli approvati, oppure li si travolge con un abusivismo diffuso, in specie residenziale, in attesa del prossimo condono. Roma è al suo quinto Piano Regolatore Generale a partire dal 1870, e, dai tempi di Ernesto Nathan (1907-1912), questo sarebbe il primo a venire approvato nell'Aula Giulio Cesare. Quello fascista del 1931 fu ovviamente vistato dal Governatore di Roma, essendo stata soppressa all'epoca ogni forma di democrazia rappresentativa, mentre un commissario firmò quello del1962chepure avevasuscitato attese, dibattiti e tensioni memorabili. Un caso classico di piano intensamente discusso dai tecnici, fondato sudiunaidea forte - e cioè l'asse attrezzato, il Sistema Direzionale Orientale (SDO) destinato a decongestionare un centro storico sin troppo gravato di funzioni, l'opposizione all'idea mussoliniana di espansione verso Ostia e verso il mare - e però contraddetto nella attuazione, sia dall'indecisionismo (e peggio) politico-amministrativo, sia da un tumultuoso procedere delle spinte illegali e abusive. Per cui la capitale ha continuato a crescere a macchia d'olio come una metropoli senza ossa, o con strutture portanti risalenti (siamo sempre lì) alla Giunta di ErnestoNathan del primo Novecento. Grandissimo sindaco osteggiato e non riconfermato però, per non molti voti, nel secondo mandato proprio sulle questioni urbanistiche, fondiarie, edilizie. Guarda caso. Il Piano Regolatore Generale di Roma giunto ora alla stretta finale è partito tredici anni or sono, né la sua ossatura è granché mutata. Semmai è migliorata in un punto strategico: quel diritto di compensazione destinato altrimenti a scardinare ogni seria pianificazione, a seconda dell'opzione dei singoli detentori di aree (e di vecchi diritti edificatori). Che le opposizioni protestino sostenendo che il dibattito viene in questi pochi giorni strozzato nell'aula consigliare rientra nel normale gioco politico (il muro contro muro all'italiana), tanto più in vista di un election-day che avrà, il 13 aprile, Roma fra i suoi massimi simbolimediatici. Ma che lo facciano altri, convince poco. Nonostante che la nuova legge comunale con la elezione diretta dei sindaci abbia sottratto molti, troppi poteri alle assemblee elettive barattando la con la stabilità, questo PRG è stato dibattuto ampiamente. Personalmente credo che questo Piano Regolatore debba essere approvato e lo debba essere nell'aula consigliare senza ritardi né rinvii. Sarebbe grave delegare l'incombenza, ancora una volta, quarantasei anni dopo, a un commissario. Le linee di fondo e le cifre di cui si sostanzia il PRG elaborato dalle amministrazioni Rutelli e Veltroni sono note: la tutela prevista per la città storica (un tempo entro le Mura Aureliane) che viene estesa alla città di Nathan, alla città delNovecento, cioè da 1.500 a 7.000 ettari; una salvaguardia per il verde attrezzato e il verde agricolo che investe 87.700 dei 129.000 ettari di superficie comunale; un sistema della mobilità che punta prevalentemente sul ferro, sulla rotaia, in superficie e in sotterranea, chiudendo finalmente l'anello ferroviario e integrando il sistema in 72 punti di scambio metropolitano; un modello urbano policentrico che sposta nelle periferie anche funzioni di pregio (e non soltanto il disagio sociale), e altro ancora sul quale non mi dilungo essendoci già una cronaca dettagliata in corso. Un PRG vero, discusso a lungo, strutturato. Anche in questo Roma compie scelte lontane da quelle di Milano dove la pianificazione urbanistica, e con essa la tutela dell'interesse generale, è stata annegata e sostituita dal rapporto negoziale diretto fra l'ente pubblico di governo e i privati, o meglio i più forti detentori di aree immobiliari. Un modello che si vuole far diventare generale in una Lombardia dove ora si minaccia di intaccare con cemento e asfalto gli stessi parchi regionali. Un PRG vero, dunque, che ha bisogno però di un metodo rigoroso di attuazione, convalidato com'è anche dai piani paesaggistici regionali (nei quali, in passato il Lazio era stata retroguardia, o quasi) e con la prospettiva di un più vasto quadro metropolitano visto che migliaia di giovani coppie, di famiglie di ceti deboli, di immigrati hanno lasciato Roma e si sono insediate oltre la prima cintura metropolitana, accrescendo così il già considerevole, insostenibile consumo di suolo nella regione e i movimenti pendolari a medio raggio. I quali hanno assolutamente bisogno di un sistema su ferro qui invece notevolmente gracile, da sempre, e quasi pre-moderno. Sistema su ferro che esige investimenti di mole rilevantissima, col quale tuttavia appare incoerente il "laissez faire" usato verso la proliferazione degli ipermercati, dei centri commerciali, delle città del consumo. Le quali, invece, impongono l'uso dell'autoprivata, anchenei giorni delweek-end. E che erodono enormi quantità di suolo. Allora, assieme ad un sì al voto sul PRG, sento di dover dire, con altrettanta chiarezza, la mia opinione contraria alle deroghe, in generale, e a quelle contestualmente previste per grandi aree e non meno grandi cubature alla Bufalotta e alla Magliana. Perché esse contraddicono immediatamente un metodo di governo del territorio, perché ne divengono anzi il grimaldello. Non a caso il quotidiano in mano al più grande costruttore e immobiliarista romano ha attaccato con durezza quelle stesse deroghe, non tanto per amore (come accadeva anni fa) della buona urbanistica quanto, credo, perché riguardano altri potentati romani del mattone e del cemento. Il gioco è chiaro, la corsa a spuntare tutti di più prima che il PRG diventi legge è più che palese. Pertanto non mi pare che sia utile all'interesse generale inoltrarsi su queste strade: troppi piani regolatori abbiamo visto rimanere allo stato di belle carte colorate, di buone e magari generose intenzioni. Il consumo di suolo a Roma è già altissimo. La popolazione del Comune non aumenta in modo marcato e ha semma i bisogno di edilizia economica, di affitti abbordabili, meglio se in stabili recuperati e risanati. Mentre la febbre edilizia di questi anni ha prodotto case molto mediocri e a prezzi di speculazione. Voltare pagina sipuòe si deve. Le regole sono regole. E sarebbe bello se Walter Veltroni, nel suo pur sintetico programma di governo, inserisse le norme contro il consumo di suolo libero o agricolo già varate da Tony Blair nel Regno Unito (il 70 per cento delle nuove costruzioni deve insistere su aree già edificate o dismesse) oppure quelle volute da Angela Merkel, quale ministro dell'Ambiente della Germania, negli anni 90. In Paesi che consumavano suolo a ritmi già molto più bassi dell'Italia dove, ormai, in certe regioni non c'è più campagna fra centro abitato e centro abitato, fra case, fabbriche e capannoni, con una terrificante colata unica di asfalto e cemento. Nell'ex Giardino d'Europa.