Due storici quartieri della nostra città, Monti e Flaminio, stanno vivendo un destino per molti versi simile, forse generato da un atteggiamento che sembra aver ormai conquistato alcuni amministratori e che trae alimento da una cultura oggi vincente: quella legata ad una concezione economicistica delle città. A Monti, sulla base dei provvedimenti economici del governo nazionale tesi a «far cassa» attraverso la valorizzazione e la vendita degli immobili pubblici, la storica scuola «Angelo Mai» con il suo corredo di abitazioni, botteghe artigiane e di uno storico giardino, unico spazio verde di quel popoloso rione, rischia di diventare luogo privato, finalizzato alla realizzazione di residenze di lusso e attività commerciali. Al Flaminio la vicenda è sostanzialmente analoga. In questo caso l' incipit è dato dai maggiori oneri di costruzione dello splendido Auditorium di Renzo Piano: per ripianare il debito contratto, così si afferma, il Comune di Roma vorrebbe costruire oltre duecentomila metri cubi di strutture commerciali e residenze al posto degli spazi verdi compresi tra lo stadio Flaminio e l'Auditorium. Ma prima di decidere una tale colata di cemento bisognerebbe ragionare sulle condizioni urbane del luogo che dovrebbe accoglierle. Siamo sicuri che attraverso l'applicazione del criterio dell'economia, si riescano a costruire città più belle e più umane? Pensiamo alla «Angelo Mai». Monti, tra i rioni residenziali del centro storico, è quello che ha mantenuto uno straordinario equilibrio: esistono anche lì processi di valorizzazione, ma convivono con un tessuto abitativo minuto, di ceti popolari modesti, di piccole botteghe artigianali che formano la ricchezza e la bellezza della stratificazione sociale delle città. Compiere una valorizzazione immobiliare su uno dei rari immobili pubblici e privatizzarlo significa provocare l'inevitabile espulsione degli attuali abitanti e degli artigiani: se non li difende la proprietà pubblica come si può pensare che lo faccia il privato? Così Monti diventerà più anonimo e uguale a ogni altra città e si perderà un pezzo di identità e di storia. Veniamo al Flaminio. Se verrà attuata la trasformazione prevista il primo effetto sarà quello di distruggere i pini e le querce che adornano oggi quello spazio. Si dirà che oggi non è uno spazio bello: un buon motivo per riqualificarlo, non per distruggerlo per sempre. Il secondo effetto sarà quello di sovraccaricare urbanisticamente una zona che già oggi vive in condizioni di continuo congestionamento. Sarebbe ora che sulla città storica, intendendo la parte qualificata della città dove esiste ormai un assetto stabile, si avesse molta cautela nel promuovere progetti che riempiono i pochi spazi vuoti ancora esistenti. Valorizzare il patrimonio pubblico è certo un obiettivo delle istituzioni, ma non può essere il solo. Si deve anche tener conto degli effetti sociali e urbanistici che tali interventi provocheranno sul corpo vivo della città.
Monti e Flaminio: due casi delicatiProgetti su zone storiche
Due storici quartieri di Roma, Monti e Flaminio, sono in pericolo di essere trasformati in aree commerciali e residenziali. A Monti, la scuola Angelo Mai e il suo giardino storico sono minacciate dalla vendita degli immobili pubblici per realizzare residenze di lusso. Al Flaminio, l'Auditorium di Renzo Piano è stato costruito con un debito che il Comune di Roma vuole ripianare costruendo strutture commerciali e residenze. I due quartieri hanno un tessuto abitativo minuto e botteghe artigianali che formano la ricchezza e la bellezza della città.
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