Quando capita di rievocare l'abbattimento del vetusto quartiere della Cortesella, un tempo l'angiporto di Como, si lamenta soprattutto la sparizione dei reperti antichi, ridotti in macerie e spazzati via, ma si sottace la ragione principale della drastica demolizione, il lamentevole stato del quartiere. Da molti anni, ben prima del fatidico 20 ottobre 1938, quando si diede mano al piccone, la città aveva deciso di fare piazza pulita. Nella premessa del piano regolatore Giussani-Catelli (1919) si diceva esplicitamente che era necessario ed urgente «di risanare quel lurido quartiere della Cortesella che costituisce per Como un vero sconcio, in quella parte che per la sua centralità, la vicinanza al lago e al Duomo, dovrebbe essere una delle più importanti e appetite». Ma già il primo piano regolatore dell'ing. Giovanni Carcano, stilato nel 1854, sosteneva che il malfamato gruppo di case addossate le une alle altre, privo di adeguati servizi igienici ed ormai degradato, era meglio che lasciasse il posto a qualcosa di meglio dal punto di vista abitativo. È un parere che gli autori del piano attuato nel 1936, il CM8 (Bottoni, Cattaneo, Dodi, Giussani, Lingeri, Pucci, Terragni, Uslenghi), fanno proprio. Ed ecco che, dopo aver discusso e predisposto il programma operativo con un preciso regolamento di attuazione, gli sventramenti polverizzano alla svelta ciò che era restato della chiesetta di San Nazaro, con la torre campanaria che svettava sopra i tetti, un mozzicone di torre medioevale già dei nobili Rusca, ghibellini e nemici dei guelfi Vittani, nonché le arcate del Macello Vecchio. L'edificio più importante e meglio conservato, la trecentesca dimora della famiglia Corticella dalla quale derivava il nome della contrada, caratterizzato da «volte a ombrello, il loggiato con le colonnine e l'incorniciatura in legno» descritti da un fine letterato, Carlo Volpati, resiste per qualche tempo, sorretto alla meglio da impalcature: poi crolla, non si sa bene quanto spontaneamente. Sorte migliore tocca al loggiato quattrocentesco di un altro edificio signorile, la Casa Vietti, che resta in piedi dopo il cedimento dei tre piani soprastanti, protetto da un vincolo del soprintendente alle antichità Gino Chierici. Le foto d'epoca ce lo mostrano come una quinta teatrale appoggiata a qualche palo, sparuto fantasma proteso sul vuoto del quartiere scomparso. Nel frattempo, gli architetti e gli ingegneri, sollecitati dai finanziatori dell'impresa, lavorano intensamente per reimpostare il cuore della città. Giuseppe Terragni è come sempre il più attivo, progetta parallelepidi disposti "a taglio" su piazza Cavour di fronte al lago e altri palazzi a gradoni allineati "a pettine" lungo il lato a est dello slargo lasciato libero dalla Cortesella. Il suo intento è quello di evidenziare un collegamento fra la zona a lago e il centro cittadino attraverso un sistema interrelato di piazze e di case. E crea sconcerto quando propone un ardito complesso edilizio, progettato con Cesare Cattaneo, che occupa l'intera area della demolizione collocandovi una macrostruttura disposta obliquamente con grandi blocchi uniformi applicati ad un alto edificio di forma rettangolare, che visto dall'alto sembra una mano con le dita protese: ed una di queste "dita" si allunga verso il centro storico, come se volesse invitare a raggiungerlo. La commissione preposta all'attuazione del piano e gli organismi statali di controllo bocciano questo invadente colosso e riducono le dimensioni della sfilata di edifici gradinati. Ma nessuno, salvo la soprintendenza, si cura di salvare il salvabile del patrimonio archeologico, nemmeno i resti della Casa Vietti. Nel 1939 il Consiglio superiore delle Antichità e Belle Arti prescrive di tutelare «la parte più notevole di Casa Vietti» e magari di traslare altrove «il cortile di Casa Corticella». Per quest'ultima non si fa nulla, per l'altra Terragni accetta finalmente di studiare un progetto di valorizzazione dell'unico reperto rimasto in piedi, incastonando l'aggraziato portico quattrocentesco in un organismo nuovo «ad uso di mostre e sala di conferenze». Il suo progetto è una sintesi felice di antico e moderno, in cui l'antico «partecipa come elemento vivo ad una composizione viva»: un piccolo capolavoro di equilibrio architettonico, contro il quale si scatena una vera battaglia polemica. Le società ed i privati che hanno finanziato le demolizioni hanno fretta di costruire, e quel rudere, disprezzato anche dai cittadini, dà solo fastidio. «La Provincia di Como - Il Gagliardetto» lo definisce «lercia casupola puzzolente », l'industriale Ambrogio Pessina, "magna pars" nella cosiddetta rinascita della Cortesella, dichiara pubblicamente che «avrebbe provveduto egli stesso a fare tabula rasa». La minaccia sprona i facinorosi ad organizzare una spedizione: nella notte fra l'8 e il 9 gennaio 1940 un "animoso manipolo" di prodi incendiari dà fuoco ai resti della Casa, che però, grazie all'intervento dei pompieri (osteggiati e dileggiati dalla gente accorsa), riescono a salvarsi in parte. La soprintendenza intima al Comune di provvedere al restauro, ma scoppia la guerra e non c'è tempo di pensare a certe quisquilie. Facciamola breve. A guerra finita, il relitto di Casa Vietti è ancora lì. L'arch. Federico Frigerio, assessore comunale ai lavori pubblici, di concerto con la soprintendenza milanese (prima Giovanni Rocco, poi Guglielmo Pacchioni), propone di trasferire il rudere. La direzione statale delle Belle Arti si oppone, cerca di far passare una soluzione intermedia, che, come aveva indicato Terragni, riuscisse ad includere l'antico portico nell'edificio da costruire: alla fine, dopo un tiraemolla durato mesi e mesi, concede che il «prospetto architettonico dell'antica casa» venga smontato e «ricostituito nel cortile del costruendo edificio «. Macchè. L'edificio viene realizzato come si vede oggi, citando ma non replicando, solo ai piani alti, i "gradoni" del ben diverso progetto di Terragni. E la povera Casa Vietti, che l'opinione pubblica, influenzata dai giornali, continua a respingere? Presto fatto: il 16 gennaio 1947 la giunta comunale dispone che i miseri resti vengano rimossi e depositati al Museo. Ma anche laggiù le antiche pietre sbertucciate, affumicate, sputacchiate, prese a calci, vengono sfrattate e finiscono in un magazzino, dove giacciono nascoste da sessant'anni.
COMO. La casa di Terragni chiusa in un magazzino
Il quartiere della Cortesella a Como fu demolito nel 1938 per fare piazza pulita. La chiesetta di San Nazaro, con la sua torre campanaria, fu distrutta. La Casa Vietti, un edificio quattrocentesco, fu salvato per un po' ma poi crollò. Gli architetti Giuseppe Terragni e Cesare Cattaneo progettarono un complesso edilizio che occupava l'intera area della demolizione, ma la commissione lo boccionò. La soprintendenza prese misure per salvare il patrimonio archeologico, ma le società e i privati finanziatori delle demolizioni non vollero ascoltare.
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