Palazzo Saluzzo di Corigliano lo conoscono tutti: ci si passa davanti, distratti, traversando piazza San Domenico, si dà un'occhiata veloce al cortile e alla facciata, entrambi elegantissimi. Ma poi, a parte gli studenti dell'Istituto Orientale che qui frequentano corsi di africanistica, lingue asiatiche e studi classici, pochi conoscono le meraviglie nascoste del palazzo: la biblioteca affrescata, le decorazioni dorate, il cabinet del Duca. Ci entriamo, con speciale permesso solo per il giornale, traversando la prima di una coppia di porte scorrevoli rococò. Meraviglia speculare: altre due porte dall'arco ligneo fastoso vi corrispondono sullo stesso piano in un'ala della biblioteca, ingresso segreto alla stanza di specchi (un cubo di scarsi 5 metri x 5), mensole e, un tempo, porcellane voluta dal Duca di Corigliano. Il custode che ci accompagna nel cabinet, dove tutto è fermo al 1734 - allegorie, vetri opachi, festoni aurei - salvo piccole appliques liberty e un tavolo tondo con sedie di design moderno per riunioni, apre per noi gli scuri che danno nel cortile, anche quelli perfettamente ricoperti di legno dorato e specchi. Una stanza di segrete delizie, che niente ha da invidiare ai salottini e alle sale da bagno di porcellana di Capodimonte o di Caserta. Ma qui vengono in visita delegazioni universitarie straniere, ospiti illustri: il pubblico non è ammesso e le macchine fotografiche nemmeno. Visitiamo anche la magnifica biblioteca, con i residui degli affreschi del Fiaschetti, un tempo assai più estesi, e ancora immense decorazioni sui soffitti, elegantissimi controluce dorati su monocromi ora verde smeraldo, ora azzurro carta da zucchero. Gli studenti ci spiano silenziosi e noi avanziamo a bocca aperta e naso all'insù. Ma cosa c'era qui prima della stagione settecentesca del palazzo? Nel 1506 questo suolo era libero: casupole, orti, coltivi. I primi acquirenti erano stati Giovanni de Sangro e sua moglie, Andreina Dentice. Giovanni de Sangro, Cameriere Maggiore e Maggiordomo di re Alfonso II, pare avesse ricevuto per i servigi resi al sovrano nel 1494 «mille pecore di razza gentile assortite e cento vacche». Andreina Dentice sposandolo gli portava in dote Ischitella, Peschici e Barano d'Ischia. Il primo figlio che ebbero e che portava il nome del figlio del re, Ferrante, fu Doganiere in Puglia e Commissario dell'esercito reale. Giovanni e Andreina commissionarono l'edificazione del loro superbo palazzo al miglior architetto del tempo, il Mormanno, che per il Cameriere del re fece del suo meglio: una costruzione a due piani, in ordine ionico, finestre coperte da plutei classicheggianti. Poi il palazzo passò di mano - ai Carafa di Belvedere e ai Gambacorta duchi di Limatola - e subì danni per un terremoto rimasto celebre, nel 1688. I restauri che ne seguirono fecero peggio: gli operai danneggiarono il cornicione superiore della facciata. Quindi, nel 1727, l'acquistò Agostino Saluzzo, banchiere genovese: un «sagliuto», come raccontava nelle sue memorie Tanucci, ministro di corte repressivo e odiatissimo: Saluzzo pare appartensse «a un genere non amato né stimato a Napoli quali sono li frescamente arricchiti». Agostino Saluzzo si era comprato anche un titolo, quello di duca di Corigliano, e aveva partecipato alla difesa di Torino organizzata dai Savoia assediata dai francesi, acquisendo in tal modo simpatie utili alle sue relazioni durante il viceregno austriaco a Napoli. Ma le simpatie austriache non gli impedirono di essere apprezzato anche dai sopraggiunti Borbone, infatti era Carlo III nel 1739 membro del Consiglio del Supremo Magistrato di commercio e poi Gentiluomo di Camera con accesso agli appartamenti reali. Sapeva far fruttare i denari, Agostino, tenere buone relazioni politiche e, qualità ben più apprezzabile, scegliere bene gli artisti che lavorarono alla ristrutturazione dell'edificio dove ora abitava: Filippo Buonocore, scenografo e architetto, si dedicò ai nuovi e magnifici interni di palazzo Corigliano. Un grande salone affrescato, decorazioni ma, soprattutto, al secondo piano, il cabinet degli Specchi, capolavoro del Settecento europeo, gioiello rococò di gusto maturo e rivoluzionario. Allegorie, mitologie, specchi, mensoline e porcellane. Fra gli Dei anche il Duca con le sue opere di beneficenza (doti per fanciulle da maritare, lavori agricoli e miniere d'argento riaperte a Corigliano). Buonocore disegnò sui vetri scuri, che spiccano sui fondi verdi, immagini dorate e fantasiose ispirate alla più bizzarra delle raccolte iconologiche, quella stampata a cavallo fra Cinque e Seicento da Cesare Ripa, che voleva «...le Imagini fatte per significare una diversa cosa da quella che si vede con l'occhio» fatte su «imitazione delle memorie che si trovano ne' Libri, nelle Medaglie e ne' Marmi intagliate per industria de' Latini et Greci o di quei più antichi che furono inventori di questo artifitio», ma che, in realtà, mescolava in modo creativo e a volte paradossale alle figure della classicità le teorie accademiche ed esoteriche del tardo Manierismo. E l'anima del Ripa rivive in grande nel cabinet di Palazzo Corigliano, anche se qui manca l'allegoria della Neve, «donna, tutta di color Tanè, piena di cespugli et tronchi d'arbori, sopra de' quali (...) si vedano scendere fiocchi di neve, intendendo per lo colore la Terra ove gli Arbori nascono et la Neve si posa», descrizione che rende assai bene la follia linguistica da cui nasce l'ormai desueta parola Ta- Né. Nel gabinetto del Duca di Corigliano, ricco sagliuto, ci sono però raffigurate, fra le altre, la Nobiltà: «donna, togata riccamente, con una Stella in capo et con uno Scettro in mano», la Purezza: «giovanetta, vestita di bianco con una Colomba in mano, perché sta ne' cuori teneri, dove non ha ancora fatte le radici la malizia», e la Liberalità, che «non consiste nell'atto casuale di donare altrui le cose proprie, ma nell'habito et nell'intentione della mente». Insomma, proiezioni artistiche di un'aspirazione al miglioramento umano, oltre che sintomi di un'ininterrotta ascesa sociale. Ad ogni modo, tutto passa: l'ultima erede di Agostino, Margherita Caracciolo di Forino (genitrice di figlie così belle che, racconta Aurelio De Rose, erano indicate in strada quando passavano), cedettero la proprietà nel 1935 sancendo il passaggio d'uso del bellissimo palazzo all'Istituto di Previdenza Sociale per oltre trent'anni durante i quali il palazzo cadde in rovina e poi, per fortuna, nel 1977 all'Istituto Orientale che ancor oggi vi ha sede e recupera e cura le bellezze dell'edificio. Fra il 1982 e l' '84 scavi archeologici hanno riportato alla luce nel cortile un collettore fognario ellenistico, una domus romana distrutta da un terremoto nel 62 d.C. e innumerevoli reperti di epoche disparate: insomma, sopra e sotto palazzo Corigliano è un piccolo scrigno di tesori da far conoscere.
Il Mattino
10 Febbraio 2008
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Antonella Cilento
Il Mattino
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