Un bassorilievo egiziano della quinta dinastia, appartenente alla collezione dei principi Murat, Napoli, è in vendita su Internet. Appare con lo strillo «nuovo arrivo» sul sito della Royal Athena Gallery di New York, una delle più importanti al mondo per il commercio di reperti archeologici. Si può acquistarlo a 32.500 dollari: meno di 22mila euro. Un affare. Sarebbe ciò che si dice un bel colpo se, prendendo a volo l'occasione del bicentenario murattiano che cade quest'anno, il Museo Archeologico di Napoli acquistasse questo pezzo esclusivo. Rappresenta cinque uomini in processione che portano in offerta oche decapitate. È fatto in pietra calcarea ed è un frammento considerevole di un'opera di ben più vaste dimensioni che ornava la tomba di un notabile al servizio d'un qualche faraone del tempo. È datato 2520 avanti Cristo. Misura 59 centimetri di lunghezza per 12 di altezza. È una striscia di storia. Della quale si sa nulla a parte la precisa indicazione che l'Athena Gallery riferisce nel catalogo: ex collection of the Princes Murat, Naples. Fu parte del bottino dell'ufficiale Murat nella campagna d'Egitto al seguito di Napoleone? E dunque, fu decorazione di una sala del Palazzo Reale di Napoli, durante la reggenza di questo rissoso figlio di un albergatore di Labastide-Fourtuniere, che ebbe la fortuna di sposare Carolina, una sorella del futuro imperatore Bonaparte? O fu una acquisizione estemporanea? Certo non risulta dai documenti ufficiali che gli studiosi stanno consultando per ricostruire, proprio in occasione del bicentenario murattiano, la collezione napoletana di Murat voluta per lo più dalla moglie, che in realtà si chiamava Maria Annunziata, più sensibile del marito in fatto d'arte. Né risulta nell'inventario datato 1815, rimasto nel Palazzo Reale di Napoli, nel quale sono registrati i regali di convenienza elargiti dai principi Murat ai potenti, sottratti da quegli scavi di Pompei e Ercolano che la stessa Carolina incoraggiò. Nell'inventario non si fanno i nomi dei beneficiari dei preziosi doni, ma degli intermediari. Tali Labrois e Falconè furono nel 1804 il tramite di alcune importazioni dall'Egitto per la somma di 6186 ducati e 1000 piastre forti di Spagna; il 1804 è lo stesso anno nel quale Murat fu nominato maresciallo dell'Impero, una carica di primissimo piano. L'ipotesi più probabile sul destino di questo bellissimo frammento della collezione napoletana dei Murat la avanza Imma Ferrara, ricercatrice della II Università di Napoli, che sta ricostruendo la collezione dei Murat. E riguarda Carolina: può essere che con la cacciata di Murat da Napoli nel 1815, l'ambiziosa moglie arraffò dalla residenza reale di Napoli quel che potè, portandosi dietro tutto ciò che avrebbe potuto vendere sottobanco per ricavarne denari, dei quali avrebbe certo avuto bisogno soprattutto dopo la fucilazione del marito, a Pizzo Calabro il 13 ottobre del 1815. Se nulla si sa del passato del frammento, tutto o quasi si conosce invece del suo presente. Stefano Alessandrini, consulente dell'avvocato dello Stato Maurizio Fiorilli per il recupero delle opere d'archeologia e d'arte trafugate dall'Italia, ci dice che la Royal Gallery di New York è di Jerome Eisemberg. Lo stesso commerciante che ha restituito all'Italia la statuetta in bronzo che raffigura la Vittoria Alata attualmente esposta al Quirinale, a Roma, nella mostra «Nostoi. Capolavori ritrovati». Questa Vittoria fu ritrovata negli scavi di Ercolano, fu rubata nella notte del 23 luglio del 1975, a mano armata, nei depositi della Soprintendenza e è stata recuperata recentemente dal reparto di Tutela dei Carabinieri. Il frammento egiziano, prima che sul sito della Royal Athena, era apparso nel catalogo Art of the Ancient World, 2006, no. 16. Nel 1980 faceva parte della collezione Singer e, poi, della collezione di M.me F., Nizza, Francia. Stefano De Caro, direttore generale dei Beni Archeologici, dice: «Se fosse l'unico oggetto della collezione Murat, non avrebbe senso che lo acquisisse Napoli. In questo caso sarebbe più indicato Torino».