La costruzione intitolata a Carlo V presto vivrà una nuova stagione La colubrina è un'antica arma da fuoco, a canna lunga e sottile e con affusto leggero, utilizzata per il lancio di palle di ferro a lunga gittata durante il Cinquecento. Un cannone simile venne ritrovato, parecchi anni fa, sui fondali del mare di Maddalusa, da un esperto sub agrigentino, Cesco Tedesco, che ne segnalò la presenza a meno di un miglio dalla costa. Oggi la mezza colubrina di San Leone, recuperata nel 2006 e restaurata alla perfezione, fa bella mostra di sé in una sala del Baglio Sanfilippo. E mercoledì prossimo, 13 febbraio, in occasione della presentazione ufficiale del cannone restaurato, organizzata dall'assessorato regionale ai Beni Culturali in collaborazione con il Parco Archeologico Valle dei Templi e la Soprintendenza del Mare, le verrà pure dedicato un importante convegno di studi. Si tratta di un cannone in bronzo che, nonostante sia rimasto sommerso dall'acqua per quattro secoli, si è mantenuto in buono stato, tanto che al momento del recupero presentava ancora, fatto questo più unico che raro, parte dell'affusto ligneo attaccato alla ruota. Era stato Cesco Tedesco, nell'estate di molti anni fa, mentre portava al largo alcuni suoi giovani allievi per un'esercitazione di immersione in profondità, a individuare a circa sette metri, un qualcosa di grosso e tondeggiante che si rivelò poi essere la colubrina. Un cannone databile intorno al XVI secolo, almeno così sostiene la Soprintendente del Mare, Emanuela Palmisano, direttore dei lavori, che proprio mercoledì parlerà sull'operazione di recupero e di restauro di questa grande arma in bronzo di tre metri di lunghezza e del peso di oltre un quintale. Un'operazione molto lunga, effettuata da una equipe di esperti delle officine «Legni e segni della memoria» che, per asciugare e recuperare l'affusto ligneo, hanno utilizzato perfino degli speciali amidi, mentre sulla parte bronzea hanno lavorato finemente i restauratori dell'Istituto Morigi di Bologna. Fu la stessa archeologa Palmisano, assieme con ial collega della Soprintendenza Gaetano Lino, a curare, sotto la direzione del soprintendente Sebastiano Tusa, il faticoso recupero e il complesso lavoro di restauro. Il mistero sulla provenienza di questa mezza colubrina è ancora molto fitto, anche se l'archeologa Palmisano un'idea in proposito ce l'ha. «Dalle nostre indagini - ha spiegato la studiosa - risulterebbe che questa colubrina è di provenienza genovese e di nuova fabbricazione. Questi dati emergerebbero dal fatto che l'arma è stata rinvenuta scarica e anche priva di qualsiasi stemma del casato di appartenenza. Ipotizziamo dunque che il cannone stava per venire consegnato a qualche committente siciliano nel momento del naufragio dell'imbarcazione che lo stava trasportando». Nella zona di mare antistante Maddalusa, dove è stata trovata la colubrina, è già stato anche individuato un relitto insabbiato, anche se non si è ancora proceduto al suo recupero e questo potrebbe avvalere la tesi dell'archeologa. Nel corso del convegno il professor Giovanni Renato Ridella, esperto balistico, cercherà di tracciare un bilancio di quello che era il traffico mercantile nel Mediterraneo nel XVI secolo mentre Antonino Giuffrida dell'Università di Palermo parlerà del sistema difensivo della Sicilia nel Sedicesimo secolo, tra pirati, torri d'avvistamento e milizie territoriali. Al convegno daranno anche il loro contributo scientifico il comandante del Roan di Palermo, sulla collaborazione fornita dalla Guardia di Finanza alla tutela del patrimonio subacqueo e la presidente della Lega Navale di Agrigento, Silvana Bianchettino, ispettore onorario dei beni archeologici sommersi, che si fregia di annoverare tra gli iscritti anche il sub che ha individuato per primo il cannone. La mezza colubrina di San Leone quindi, da mercoledì si potrà ammirare nella Casa Sanfilippo, in attesa di trovare per lei una definitiva collocazione quale potrebbe essere quella dell'istituendo Museo del Mare.