Cara Unità, bisogna che Stefano Miliani, Maria Serena Palieri, Giovanna Melandri, Beppe Chiarante e anche il sottoscritto si rassegnino: in materia di beni culturali, di silenzioassenso e d'altro l'ultima parola spetta comunque al prof. Salvatore Settis, consulente del ministro Urbani. Non c'è niente da fare. Il silenzioassenso - dice - fa schifo, ma deriva dalla politica seguita dai governi dell'Ulivo. Ora, io non credo di aver lesinato critiche (e come e più di me l'amico Chiarante) alla politica del centrosinistra in materia di Ministero dei Beni Culturali, di essermi con tanti altri battuto contro l'emendamento della Lega Nord sulla alienabilità dei beni culturali pubblici (votato anche da una parte dell'Ulivo) rovesciandolo poi col Regolamento n. 283, di aver avversato - per esempio - la vendita a pezzi del Foro Italico e di altre cosucce (sulle quali il ministro Melandri pose il vincolo) e tuttavia, fra le tante pecche uliviste, quella di una paternità anche indiretta del silenzioassenso non l'ho francamente rintracciata. Salvatore Settis sostiene che il Regolamento Melandri del 2000 imponeva "tempi iugulatori" ai Soprintendenti. Ma quali, di grazia, se gli accordava due anni per redigere i famosi elenchi e prevedeva la nomina di un commissario ad acta soltanto di fronte ad una manifesta, prolungata "inerzia" dei Soprintendenti? E comunque alla fine dei due anni non scattava il silenzioassenso, né il compito del commissario era necessariamente quello di vendere, di "fare cassa", come invece vuole Tremonti. Ora, il ministro Urbani non ha detto una parola sulle leggi Lunardi devastanti per il paesaggio, non ha contrastato la Patrimonio SpA e le varie Scip, ha minacciato vanamente sfracelli se passava il condono (anche mini), ha affermato solennemente che il Regolamento Melandri (varato con Dpr da Ciampi) era "perfettamente in vigore" salvo darlo in pasto a Tremonti, non ha riunito per un anno il Consiglio Nazionale dei Beni culturali, ecc. C'è bisogno di dire ancora qualcosa? Dobbiamo continuare ad ascoltare la favoletta di un Urbani che combatte, en solitaire, contro tutti e rimane, ahilui, soccombente e sconfitto? Ma se così è, che ci stanno a fare al Collegio Romano lui e il suo entourage? Forse perché è anch'egli "di garanzia"? Ma di che cosa? Grazie e saluti Ps. segnalo ai più una bella presa di posizione sul "Sole 24 Ore" dell'ex ministro Antonio Paolucci, soprintendente a Firenze, notoriamente di area cattolica, il quale ha scritto di sentirsi "comunista" e "fascista", nel senso che sta fermamente con Ranuccio Bianchi Bandinelli e con Giuseppe Bottai nella difesa della tutela dei beni culturali, tanto minacciata oggi, da Urbani, da Matteoli e da altri.