Recuperare le opere rubate. E prestare solo a chi lo merita. Per il bene dell'arte. E del pubblico L'accordo per la restituzione di opere d'arte trafugate dall'Italia stipulato dal ministro dei Beni e delle Attività culturali Francesco Rutelli con il Getty Museum apre una breccia nel muro che da sempre aveva opposto il nostro Paese a questo importante museo americano: già aperta con le convenzioni stipulate con il Metropolitan Museum di New York e il Fine Arts Museum di Boston. Il ministro ha annunciato una grande mostra, per l'anno prossimo, di questi attesi rimpatri. Per decenni questi musei statunitensi si erano negati a ogni genere di trattativa, con un atteggiamento di sfida che qualificare arrogante è eufemistico, a cui i governi italiani avevano replicato fiaccamente. L'intesa stabilisce un principio importante in senso diplomatico e culturale: l'Italia non è terra di conquista per tombaroli, spregiudicati mercanti d'arte e non meno disinvolti direttori di musei di paesi affluenti. Costoro hanno agito come la pirateria di Ancien Regime, con la tacita complicità dei governi; e non hanno badato a spese per accaparrarsi pezzi di provenienza illecita. Una rete potente e attivissima che ha consentito anche il riciclaggio di danaro sporco. L'accordo ha uno squisito significato culturale a causa della quantità e qualità del nostro patrimonio d'arte: una parte essenziale dell'identità della nazione che va tutelata, valorizzata e, lì dove storicamente accettabile, reintegrata in quelle parti che fraudolentemente le sono state sottratte. Non si tratta d'avanzare richieste strampalate - chiedere la restituzione della "Gioconda" come un membro del governo Berlusconi intendeva fare - ma stabilire il principio che il maltolto va reso ai legittimi proprietari. Infatti il Getty s'impegna, d'ora in poi, ad una congiunta lotta al commercio clandestino delle opere d'arte mentre il nostro Paese assicura un contributo con prestiti rilevanti per esposizioni o per periodi da stabilire. Questo secondo punto dei prestiti per esposizioni porta al pettine un nodo che merita d'essere affrontato con la medesima determinazione politica e accortezza diplomatica. La difficoltà di organizzare mostre di grande rilievo in ogni parte del mondo è divenuta sempre maggiore: per la delicatezza dei pezzi, per i costi d'assicurazione e di trasporto, per i rischi che tali opere corrono. Giovanni Urbani dichiarò, dall'osservatorio di direttore dell'Istituto centrale del restauro, di non poter indicare un sol caso d'opera d'arte che, dopo una trasferta, non avesse subito un qualche trauma. Tuttavia le grandi mostre consentono l'avanzamento della conoscenza e rispondono a una domanda culturale sicuramente destinata a crescere. Il problema è razionalizzare la complessa macchina della politica culturale del nostro tempo in questo settore. Proprio per la ricchezza e la qualità del suo patrimonio d'arte il nostro Paese sollecita prestiti da musei di ogni parte del mondo. Abbiamo dalla nostra un immenso patrimonio di oggetti d'arte molto ambiti, e in quanto tali da usare come preziosa moneta di scambio. I nostri musei pubblici sono tradizionalmente tra i più attivi e generosi prestatori di opere, ma ne traggono in cambio briciole. Sarebbe auspicabile che tra l'Italia e i maggiori paesi stranieri che conducono una politica culturale di rilievo si creasse un tavolo permanente d'intesa. Esso dovrebbe avere la funzione d'affermare il principio della reciprocità. L'Italia, proprio per il ruolo che le viene riconosciuto, potrebbe farsi promotrice di un tale programma. Poiché le difficoltà legate ai costi e ai prestiti non riguardano solo l'Italia, si può organizzare un programma internazionale di mostre con i maggiori musei del mondo che stabilisca linee di ricerca comuni da perseguire, ad esempio, nel prossimo quinquennio. il ministero assumerebbe il ruolo di coordinare le proposte che vengono dai musei italiani in modo da raccordarle con i musei stranieri interessati: questo comporterebbe uno straordinario risparmio di costi e soprattutto eliminerebbe inutili sovrapposizioni o concorrenze campanilistiche. Il primo passo è una politica di programmazione delle mostre in Italia. Il secondo passo è la programmazione di grandi eventi espositivi nati da intese bilaterali. L'attuale proliferazione selvaggia di mostre non è segno di vitalità culturale, ma di anarchia e di ambizioni sbagliate. La "Bella Italia" è afflitta da una bulimia di mostre assai spesso scadenti che mangiano risorse e intasano il mercato: si sa che la moneta cattiva scaccia la buona. Programmare, evitare sovrapposizioni, selezionare è lavoro delicato e necessario, a cui lo Stato può provvedere in collaborazione con le maggiori istituzioni museali del mondo e nell'interesse reciproco.