Yung Hojang, direttore del Dipartimento di Architettura del Mit di Boston, sostiene che in Cina, come in pochi altri luoghi al mondo, si può incontrare la bellezza che, in quel cambiamento continuo, assume aspetti assolutamente imprevedibili. La bellezza imprevedibile, della quale parla Yung Hojang, è il risultato sorprendente di una mancanza di regole che convive con una società alla ricerca, invisibile all'osservatore superficiale, di una nuova etica. «Questa mancanza di regole - aggiunge l'architetto sino-americano - dà una sensazione di maggiore libertà al pensiero creativo». Jiuxianqiao è una zona industriale dismessa da una ventina d'anni, ormai raggiunta e superata dall'espansione della capitale cinese. Negli stabilimenti dell'ex Unione fabbriche 798, progettati negli anni '50 in stile Bauhaus da architetti della Ddr, fu attiva per trenta anni una delle prime manifatture cinesi di componenti elettronici. Alla fine degli anni '80, con le prime avvisaglie dell'era post-industriale, tutto il complesso fu gradualmente abbandonato e per dieci anni quei fabbricati furono parzialmente usati come magazzini o semplicemente lasciati deperire come residuati della vecchia economia. Sfuggita miracolosamente alle mire degli investitori edilizi, sul finire dei '90 l'Area 798 cominciò a popolarsi di artisti in cerca di spazi, non solo fisici, di libertà creativa. Il mondo culturale di Pechino (Beijing) fu, sulle prime, sommessamente scosso da quel fenomeno spontaneo che dava visibilità a forme del tutto inedite d'arte visiva, ma soprattutto inaugurava un circuito di nuove relazioni tra artisti, fruitori e primi collezionisti d'arte contemporanea cinese. La precarietà di quegli insediamenti spontanei fu superata quando l'Accademia di Belle Arti di Pechino, il massimo tempio della cultura figurativa ufficiale, decise di trasferire proprio lì il suo atelier di scultura. Da quella decisione accademica ebbe inizio il dialogo tra due differenti modi di vedere e interpretare, attraverso l'arte, la realtà contemporanea cinese. Un dialogo, alle soglie del nuovo secolo, ancora circoscritto agli artisti, in un luogo che, poco a poco, diventava meta anche di specialisti occidentali in cerca di novità culturali. Nel 2000 apre la prima libreria d'arte, nei locali di un'ex mensa operaia affittati da un americano che non si limita a vendere libri, ma incoraggia e sostiene alcuni giovani artisti. Con due di questi, Xu Yong e Huang Rui, s'inaugura nel 2003 la prima grande mostra, «Reconstruction 798», che occupa tutti i mille metri quadrati del fabbricato principale dell'area. L'evento attira migliaia di visitatori in pochi giorni e ben presto diventa l'evento culturale dell'anno a Pechino. Sull'onda di quel successo altri artisti si stabiliscono nell'area. Aprono non solo nuovi studi e gallerie d'arte, ma anche i primi ristoranti che, alla chiusura delle gallerie, diventano luogo d'incontro d'intellettuali, giovani e viaggiatori sfuggiti ai programmi dei tour organizzati. L'Area 798 diventa ben presto un marchio, il luogo simbolo della nuova creatività e della ricerca artistica cinese, ma anche quello dell'incontro tra culture differenti. In quei locali di periferia cinesi e occidentali s'incontrano al di là dei circuiti ufficiali del business, si parlano fuori dagli schemi, si scambiano storie, idee, immaginano progetti comuni. Dopo un mese dall'inaugurazione di quel primo grande evento l'assessore alle pubbliche relazioni del Comune di Pechino decide d'andare a vedere di persona cosa stia accadendo nella vecchia fabbrica dismessa. Rimarrà colpito dalla vitalità creativa dei suoi nuovi abitanti, dal favore crescente dei suoi concittadini per quelle nuove forme espressive e per l'organizzazione stessa di quegli spazi creativi. Il non intervento delle istituzioni, accompagnato da un dibattito nel mondo accademico e culturale che fa emergere molti sostenitori, favorisce l'estendersi dell'occupazione degli immobili, fino a interessare tutti i ventimila metri quadrati dell'ex complesso industriale. Si sviluppa, così, la diversificazione delle manifestazioni artistiche, crescono la qualità degli eventi culturali e l'affluenza del pubblico. Oggi, a cinque anni dalla prima grande mostra, l'iniziativa spontanea del primo gruppo di artisti si è trasformata dando vita ufficialmente al Distretto artistico di Dashanzi, anche se per tutti gli abitanti di Pechino quel luogo resta, semplicemente, l'Area 798. La vita culturale delle avanguardie artistiche di Pechino ha il suo centro nell'Area 798, che diventa presto un canale diretto di comunicazione con la cultura internazionale, anche attraverso numerosi scambi di eventi con molti paesi, soprattutto europei. Le mostre, nazionali ed internazionali, d'arte contemporanea non sono più gli unici avvenimenti di richiamo. A Dashanzi vivono laboratori di comunicazione, si tengono forum sulla ricerca artistica, corsi e rappresentazioni di teatro sperimentale, concerti di musica e spettacoli di danza contemporanea, workshop ed esposizioni di design e fotografia. La prima libreria d'arte s'è trasformata in un grande bookshop, dove è possibile trovare tutto sull'arte contemporanea cinese e molto su quella mondiale. Annesso al bookshop un ristorante italiano serve piatti di una sorprendente nuova cucina italocinese, dai tortellini in salsa d'ostrica, alla polenta in agrodolce, alla pizza quadrata con carpaccio e funghi cinesi. Oggi il problema degli artisti dell'Area 798 non è quello della libertà d'espressione o di comunicazione dei loro prodotti culturali, ma quello della lievitazione degli affitti che, nel frattempo, sono stati stipulati con i proprietari privati degli immobili. Per questo motivo il consorzio degli operatori culturali ha, in perfetto stile cinese, avviato una florida attività commerciale che non riguarda solo la produzione artistica, ma anche l'affitto a terzi degli spazi, considerati prestigiosi, per le convention delle maggiori multinazionali della moda e del lusso. Da Dior alla Triumph, tutte le più grandi major di questo settore, comprese quelle dell'indotto editoriale e della comunicazione, hanno localizzato i loro eventi internazionali a Dashanzi. Questa ventata di modernità commerciale non ha fatto perdere all'Area 798 il suo carattere originario. Non solo dal punto di vista fisico ma soprattutto nello stile di vita dei suoi occupanti che, tra le architetture industriali recuperate in modo filologicamente corretto, mantengono quell'atteggiamento sperimentale nei confronti dell'esistenza conquistato, assieme agli spazi, fin dall'inizio. Gli artisti a Dashanzi non ci lavorano solo, ci vivono e spesso molti di loro ti domandano, con un poco di civetteria, come mai i visitatori esteri siano così interessati, oltre che alla loro arte, a quello stile di vita così poco conforme agli stereotipi sulla Cina e sui cinesi che circolano nei media occidentali. Visitare l'Area 798 e parlare con i suoi abitanti fa pensare. Qualche tempo fa circolò a Pechino la notizia che l'amministrazione comunale aveva l'intenzione di ripristinare la destinazione industriale dell'area. Un giorno fu anche avvistato un bulldozer pre-olimpico che tuttavia, dopo aver demolito un muro in una zona marginale dell'Area, non tornò più. Si parla di discussioni informali, all'interno del Comune, che hanno visto prevalere i sostenitori di Dashanzi. Altri pensano che, passate le Olimpiadi, i proprietari dell'area potrebbero giocare la carta di una massiccia speculazione immobiliare. Alcuni artisti residenti nell'area non sembrano essere particolarmente colpiti da questa possibilità. Sostengono che per fare arte un posto vale l'altro. Molti altri, invece, non sono minimamente intenzionati, se le voci non si riveleranno una delle leggende metropolitane di Pechino, ad andarsene. Le autorità, in questa Cina dai mille partiti reali, sono caute, sembrano mediare. Non vogliono trovarsi strette tra il partito di Dashanzi e quello degli investitori immobiliari. Le prossime Olimpiadi si giocheranno anche su questo fronte L'Area 798, così frequentata dalla cultura internazionale, attrattiva per il pubblico cinese e i visitatori esteri, vetrina della vivacità culturale cinese mondializzata dal grande evento sportivo, non può scomparire così facilmente, anche se per far posto agli affari. Non è solo una questione d'immagine ma di rilievo politico, che può pesare molto nel dibattito in corso sul come superare gli squilibri sociali prodotti dal grande sviluppo economico. Prevarrà il business o la politica? Il futuro dell'Area 798 a Dashanzi sarà, in ogni caso, un segnale.
Il Riformista
8 Febbraio 2008
Il Beaubourg di Pechino resiste alla speculazione olimpica
UM
Umberto Mosso
Il Riformista
Artista / Persona
Bene culturale
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