È solo unipotesi, un appuntamento nellagenda delle belle intenzioni lUnione mediterranea caldeggiata dal presidente francese Sarkozy. NellItalia che va al voto, nella Spagna in bilico e in altri Paesi sono altre le emergenze che premono alla porta. Eppure, anche in vista del Forum delle Culture del 2013, la nascita di una nuova creatura sovranazionale potrebbe rappresentare un toccasana per la nostra città. È indubbio che da almeno cinquantanni parliamo una lingua legata al retaggio anglosassone. Nel sistema Italia, e infinitamente più al Sud, nel Mezzogiorno, la grande industria ha i colori delle multinazionali. Le grandi decisioni, economiche, industriali, artistiche, si prendono al massimo in Nord Europa. Lindustria culturale è uno dei settori più colonizzati, meno autonomi. Napoli è stata un tempo crocevia di popoli, poeti, musicisti, architetti, meta privilegiata dal Grand Tour. Chi ha presente gli studi di Fernand Braudel sul Mediterraneo e conosce un po di storia sa quanto abbia contato questa città nei destini della civiltà occidentale. Lucio Amelio nellinaugurare a Parigi alla fine degli anni Ottanta la sua galleria "Piéce unique" raccontava agli studenti dellaccademia di belle arti parigina i tempi «in cui lEuropa aveva solo due capitali, Napoli e Parigi». Oggi non è più così. Siamo ai margini del mercato in tutti, o quasi, i settori artistici. In editoria come in arte, nel teatro come nella musica non esistono né segmenti industriali forti, né centri dirradiazione. Prendiamo lesempio della musica: se escludiamo il caso limite del pop edulcorato alla DAlessio, siamo fuori da un sistema economico che genera soldi e investimenti. È dai tempi del neapolitan power (la trimurti Pino Daniele, Edoardo Bennato, Teresa De Sio) che la nostra musica non sfiora le classifiche se non con prodotti di quantità. Che cosa accadrebbe se questo nuovo organismo fosse in grado di generare un mercato mediterraneo (del libro, della musica, dellarte in generale) in grado di essere protezionistico (in senso buono) con la stessa forza di quello anglosassone e delle multinazionali, per usare unespressione brutta e stra-usata "glocale, fuorché globale"? In questo scenario tutta la nostra musica e arte che oggi sono ai margini, quando non sono un fenomeno di imitazione o di riposizionamentotraduzione, rientrerebbero in gioco. E nel tempo ritroverebbero forza. Siamo un popolo distratto e autolesionista, abbiamo alle spalle istituzioni politiche quanto meno in ritardo. Un mese fa Charlie Gillett, nume tutelare della Bbc, scopritore di talenti come i Dire Straits, Elvis Costello e molti altri e inventore del termine "world music", ha raccontato a Lespresso il suo punto di vista sul suono in cui siamo immersi. Quando il cronista gli ha chiesto di parlargli della musica italiana, il disc jockey britannico ha fatto solo due nomi: Eugenio Bennato ed Enzo Avitabile, guarda caso proprio due tra i talenti maggiori della nostra musica popolare contemporanea. Sia luno che laltro sono arrivati in Gran Bretagna sostenuti solo dalle loro forze, senza unindustria alle spalle, come artisti qualsiasi provenienti dallAfrica o dallAsia. Puntare sul Mediterraneo significa rendere centrali nomi che oggi sono splendidi "animali di razza e di nicchia" come Daniele Sepe o Marco Zurzolo (solo per citarne due in una vasta moltitudine). Non solo: significherebbe riportare nelle radio, nelle televisioni (anche in Rai, perché no?), arte e artigianato originali. La scelta di Pippo Baudo di invitare Eugenio Bennato in gara allimminente festival di Sanremo può essere colta come una occasione per la musica del Sud. E può essere un altro gancio per continuare questa riflessione. Bennato dieci anni fa lanciava il Taranta Power, che sulla scia del fenomeno Buena Vista Social Club, avrebbe avuto le potenzialità di raggiungere un pubblico vastissimo. La storia ci dice che non è andata così: quel disco, ancora il suo migliore degli ultimi quindici anni, era il manifesto di un movimento che non ha mai potuto avere una voce abbastanza forte per imporsi al pubblico di massa. Mancava il segmento ma il messaggio con ritardo è riuscito ad arrivare. E se Sanremo potesse, per una volta, diventare davvero un volano artistico? È una storia del presente che può avere ricadute positive e pesanti sul futuro. Qualche piccolo segnale, a dire il vero, arriva anche dalle nostre istituzioni. Lultimo Capodanno vissuto dalla nostra città è stato dedicato coraggiosamente al dialogo tra musicisti mediterranei (escludendo la compromissoria scelta di portare in scena Sal Da Vinci e ancor più Gigi Finizio). Nel taccuino degli eventi che si terranno da oggi al 2013 è in programma un Festival della Musica del Mediterraneo. È una possibilità per poter dire e fare qualcosa di importante. Se sapremo puntare sulle nostre radici, sulla nostra attitudine, se sapremo dare spazio alla vera voce della nostra cultura, se sapremo affrontare la sfida della globalizzazione culturale senza puntare solo su major e McDonald potremo tornare a recitare un ruolo autorevole sullo scacchiere internazionale. Il Forum delle Culture si presenta come una incognita, ma è anche una sfida a ritrovare le nostre vocazioni, a raccontare chi siamo senza vergogna e senza provincialismi. A testa alta.