IL VIAGGIO Ci sono menhir, chiese affrescate e ruderi di ville abbandonati al degrado Sotto gli occhi di tutti. Eppure invisibili. Luoghi nel cuore o ai margini della città, comunque dimenticati e condannati al degrado. Ci si passa magari davanti con lauto ogni giorno, senza sapere niente della storia dei ruderi di una villa o di un mucchio di pietre apparentemente insignificanti. A Bari va così e, nellindifferenza generale, cè una città che muore dentro la città. Fa da guida il generale in pensione Munafò, presidente della Società per i beni culturali Menhir, chiese e ipogei i tesori dimenticati di Bari "Ecco la città invisibile sotto i nostri occhi" Il caso della masseria San Giorgio: un rudere devastato dai vandali a 90 anni dal restauro La denuncia: "In teoria ognuno di questi luoghi dovrebbe essere sotto tutela" A denunciarlo da una decina danni almeno è Letterio Munafò, generale dellAeronautica a riposo e presidente per la Puglia della Sipbc (Società italiana per la protezione dei beni culturali). Ed è lui ad accompagnarci in un gran tour attraverso la storia dimenticata di Bari. Si salta a bordo di unauto ed è come entrare in unimmaginaria macchina del tempo. A via Fanelli, a un passo dalle casermette, il viaggio a ritroso nel passato è spiazzante. Davanti agli occhi, sul marciapiede con vista, si fa per dire, su una saracinesca che cinge un cantiere edile abbandonato, cè un enorme masso. Ai suoi piedi, Munafò indica un altro paio di grandi pietre. Tuttintorno erbacce e spazzatura. «È un menhir di età preistorica» avverte. Difficile crederci, a giudicare da comè ridotto. «Era una delle poche tracce del passato più antico di Bari. Prima si trovava in aperta campagna, poi è stato divelto per fare posto a dei palazzi e, durante le fasi di rimozione, sè pure spezzato. Quello che resta è qui, dimenticato su un marciapiede». Si torna verso la città. Fino ad arrivare allincrocio tra via Fanelli e via Omodeo. Cè una grande isola, pochi alberi secolari sopravvissuti e erbacce fitte quasi come una giungla. Nel mezzo si staglia quel che rimane di villa Giustiniani, una dimora di fine 800. E qui Munafò tira fuori dalle tasche un dossier - sintitola Programma di salvaguardia del patrimonio storico architettonico del territorio - curato per il Comune di Bari nel 1989 da Stefano Serpenti e Gaetano Cataldo. La scheda su villa Giustiniani è densa di sorprese. «Conserva nel sottosuolo - si legge - lunico ipogeo ancora esistente allinterno della città, fortunatamente salvato dalla distruzione ed acquisito al patrimonio pubblico». Già, il rudere di villa Giustiniani è di proprietà comunale. E lipogeo? A fatica ci si fa strada tra le erbacce, fino ad arrivare a una lieve depressione ricoperta di terriccio. Sopra ancora spazzatura, naturalmente. «Ecco, qui cera lingresso di questo insediamento rupestre». Di nuovo nel traffico, si va verso via delle Murge quando, dopo aver imboccato il ponte, sulla destra simpone il rudere di un belledificio in pietra con un loggiato che corre tuttintorno. «È la masseria e trappeto Dottula» dice Munafò. Va da sé che la struttura ha subito le offese della malasorte. «Un portico e parte della facciata del piano nobile del palazzo sono crollati» riferisce il "bollettino di guerra" del generale. Ci si arrampica su un muretto per cercare di vedere cosa cè dietro. Ai piedi di questa masseria settecentesca, privata secondo i dati del Catasto, i ruderi di un antica costruzione in pietra. In macchina, ma in periferia. A sinistra cè il megastadio. A destra, la masseria e ipogeo Alberotanza. Si parcheggia, un paio di prostitute di colore appollaiate su un divano levano i tacchi non appena intravedono le macchine fotografiche. Ci si fa un giro, attorno alledificio. Lunica botta di colore, che suona quasi come una beffa, è la sagoma di un clown che ridacchia sui manifesti di un circo affissi sulle facciate della masseria in rovina. Solo che qui non ci sono semplici rifiuti, ma una serie di vasconi in amianto che qualcuno ha pensato bene di smaltire così. Alla luce del sole. A proposito: anche la vecchia dimora degli Alberotanza è un bene comunale. «Viene lamaro in bocca» sbotta Munafò. «E pensare che in questa galleria dellincuria non cè luogo che, in teoria, non si ritrovi sotto tutela». E non è finita. La tabella di marcia originaria indica unultima tappa: tale masseria e chiesa San Giorgio (così recita la schedatura di quellinevaso Programma comunale di salvaguardia del 1989), un complesso di proprietà privata secondo le informazioni fornite dal Catasto. A destinazione. È poco fuori città, a due passi dal teatro Kismet Opera in strada San Giorgio Martire. Interrompe lo sguardo una cancellata arrugginita e divelta, sullo sfondo tra la boscaglia limmagine di qualcosa che sa dantico. Un paio di copertoni abbandonati fanno da preludio allo stupore della scoperta. La chiesa San Giorgio è un gioiellino romanico (XI secolo), come annuncia la stessa facciata. Si varca lingresso, del portale nessuna traccia. Sul pavimento e sui muri qualcuno ha disegnato un po ovunque con dei gessetti croci celtiche, laltare devessere stato sradicato e portato via, tanto che il pavimento sottostante sembra addirittura sventrato. E, in alto, cera una volta un affresco: bisogna fare appello a un bel po dimmaginazione per capire come san Giorgio vi fosse raffigurato. Basta attraversare uno stretto corridoio ed eccoci nella masseria, edificata nel 700. Dappertutto scritte sui muri, siringhe a volontà e rifiuti. Senza parole. Nemmeno quando si va via e quasi non sinciampa in una fossa, fuori dalla chiesa: lingresso di un ipogeo. Se ne distinguono anche gli ambienti, per quel poco che filtra alla luce del giorno. A parlare, invece, è una lapide sopravvissuta nella chiesetta. «Nellanno del Signore 1920, esultando gli italici petti compimento aspirazioni nazionali - riporta liscrizione - questa vetusta chiesa in onore di San Giorgio consacrata Nicola Scattarelli da fede mosso e da pietà restaurava. Ad rei memoriam. XX aprile MCMXX». Sono bastati appena novantanni per distruggere un millennio di storia e spazzare via limpresa di un mecenate di ieri.