La norma del silenzio-assenso è un pericolo grave per l'integrità del patrimonio culturale. La tutela del patrimonio pubblico finora era tale perché la vendita di un bene era valutata in base alla sua rilevanza, garantendo agli enti pubblici il diritto di prelazione. Il provvedimento rovescia questa logica e solo l'avvenuta "dichiarazione" rende "culturale" un bene pubblico, di fatto equiparandolo a uno privato. Di più: provoca una frattura fra beni di grandissima rilevanza e beni "minori", smembrando quel tessuto connettivo che identifica il patrimonio culturale italiano. Le Soprintendenze, inoltre, rischiano di essere travolte dall'opera di selezione da effettuare in soli quattro mesi. Non siamo pregiudizialmente contrari alla vendita di parti del patrimonio pubblico prive di reale interesse culturale e diversamente valori mobili, ma la priorità non può essere vendere, perché la cultura sarà la nostra materia prima per il futuro. Invece ciò cui stiamo assistendo è una dismissione affrettata, che punta solo a far cassa e fa da pendant al condono edilizio. Contemporaneamente il Governo concentra nello Stato tutte le competenze sui beni culturali, contraddicendo la riforma federalista. Non è un caso che tutte le regioni abbiano bloccato la bozza dì Codice dei beni culturali. Quanto all'affidamento a privati della gestione dei musei, essa non va né demonizzata né considerata una panacea. Richiede però un forte governo da parte delle istituzioni e il coinvolgimento di chi può contribuire a valorizzare il patrimonio. Noi lavoriamo in questo senso. Perciò abbiamo elaborato un progetto di autonomia speciale che integri le funzioni di gestione, tutela e valorizzazione del patrimonio culturale, con l'obiettivo di garantirne una maggiore fruibilità e una più profìcua utilizzazione.
Una pericolosa logica rovesciata
La norma del silenzio-assenso è un provvedimento che minaccia l'integrità del patrimonio culturale italiano. La vendita di beni pubblici è ora valutata in base alla loro rilevanza, ma solo la "dichiarazione" rende un bene "culturale". Ciò provoca una frattura tra beni di grande rilevanza e "minori", smembrando il tessuto connettivo del patrimonio culturale. Le Soprintendenze rischiano di essere travolte dalla selezione da effettuare in soli quattro mesi. La priorità non deve essere la vendita, ma la tutela della cultura. Il Governo concentra le competenze sui beni culturali nello Stato, contraddicendo la riforma federalista.
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