La maggior parte dei timori relativi all'intervento dei privati nel settore dei beni culturali sono motivati e condivisibili, I beni culturali sono, infatti, "oggetti" complessi per la ricchezza dei significati e dei valori che incarnano. Il loro utilizzo a fini ' di sviluppo economico non deve, dunque, metterne a rischio la conservazione. Il vecchio modello di gestione del patrimonio culturale italiano doveva, però, amministrare una realtà forse meno complessa di quella attuale, e ha dimostrato di non reggere l'impatto di un panorama sociale ed economico molto cambiato. Si tratta di trovare un equilibrio tra conservazione e valorizzazione, il che spesso è difficile come conferma il dibattito in atto. Procedendo con cautela, è, però, necessaria un'innovazione dei processi organizzativi e l'individuazione di nuovi modelli. In questo senso, il privato può avere un ruolo nella gestione del patrimonio, fermo restando che a tutela del patrimonio costosa in termini economici è una pratica indispensabile: i beni culturali non sono riproducibili; O i privati non devono per la natura pubblica del bene, che deve restare tale e non possono diventare propietari del patrimonio: il mercato non sarebbe in grado di sostenere i costi di conservazione, ricerca e manutenzione che la proprietà comporterebbe; O i soggetti, sia pubblici che privati, non devono presupporre che si possano trarre vantaggi economici significativi dalla gestione "diretta" dei servizi nel settore culturale. Nuove occasioni di investimento possono nascere, e anzi ci si auspica che questo avvenga, utilizzando a pieno gli impatti economici che si producono a monte e a valle di un corretto processo di valorizzazione del patrimonio, nella filiera produttiva che esso attiva.