Il curatore Giovanni Granzotto: "Abbiamo scelto la Puglia per il suo ruolo centrale nella cultura del Mediterraneo" La corrente: "Si tratta di un genere che non impone più un tema figurativo, ma invita a crearselo secondo la propria fantasia" -------------------------------------------------------------------------------- Tutti conoscono Lucio Fontana, tra i più grandi artisti del 900, che con il semplice gesto iconoclasta dei "Tagli", lo squarcio netto della lama sulla tela, avevano cancellato secoli di illusionismo pittorico, oltrepassando lo spazio virtuale del quadro per congiungersi a dimensioni altre. Il suo sogno di unarte capace di esprimere una sensibilità più moderna, tradurre in forme nuove levoluzione del progresso scientifico, liberandosi dai pregiudizi e dai gravami rappresentativi del passato si tradusse nel 47 nella nascita del movimento spazialista, cui aderirono numerosi artisti del tempo. Alla costola veneziana del gruppo, meno noti al pubblico allargato ma non certo agli addetti ai lavori, appartengono Gino Morandis e Riccardo Licata, di cui da oggi (alle 18) il castello svevo di Bari ospita una doppia vasta antologica, promossa dallIstituto nazionale darte contemporanea col patrocinio del ministero per i Beni ed attività culturali e lassessorato al Mediterraneo della Regione Puglia. Trait dunion tra i due autori - il primo, Morandis, nato a Venezia nel 1915 e scomparso nel 94; il secondo Licata, originario di Torino ma veneziano dadozione, quattordici anni più giovane e tuttora operante - è proprio la tensione a tradurre umori, emozioni, sensazioni o ricordi in un linguaggio libero di forma - colore che ha nella luce mediterranea il suo punto di avvio e insieme di approdo. È proprio questo il motivo per cui è stata scelta la location barese come sede privilegiata. «Bari è uno dei luoghi chiave della cultura mediterranea» spiega Giovanni Granzotto, curatore della mostra insieme a Barbara Morandi. «La specificità dello spazialismo veneto sta proprio nella sua matrice luministica, nella sua connotazione meno concettuale, più pittorica e tattile, che trae spunto da una storia e da una geografia comuni. Ci sembrava prestigioso, dopo Napoli coinvolgere una città da questo punto di vista così importante, in una cornice assolutamente appropriata come il castello svevo». Timidamente il maniero federiciano, con lavvallo del soprintendente Martinez, riapre così se non al contemporaneo quanto meno allarte moderna. Stamattina alle 11 si terrà un convegno presieduto da Anselmo Villata, per approfondire alcuni aspetti di questa esperienza. Mentre nelle ampie sale superiori, Angioina e Bona Sforza, circa cento opere spesso di grandi dimensioni si offrono al pubblico con forza emozionale fino al 10 marzo (info 339.523.83.12). Seguendo una scansione cronologica, attraverso un confronto a segmenti tra i due autori, i lavori, provenienti da collezioni private ma anche da musei e istituzioni pubbliche documentano le diverse fasi delle rispettive ricerche, con particolare attenzione alla produzione degli anni cinquanta - sessanta. Per Licata si passa dai primissimi esordi figurativi allindividuazione di un personale alfabeto cifrato che attraversa la svolta informale con una cifra surreale, per poi decantarsi in un processo di rastremazione geometrica e ritornare sotto forma di affresco narrativo. I suoi quadri sono fraseggi ritmici affidati alla musicalità del colore, alla combinazione sintetica di un particolare segno biomorfico declinato in diverse varianti, un albero - totem come unità minima capace di assecondare come il pennino del sismografo sussulti di ritmi interiori, sinfonie cromatiche ora più fantastiche ora più strutturate. Parallelo lexcursus di Morandis, allievo di Virgilio Guidi e Giorgio Morandi (la "s" del cognome fu aggiunta proprio per non confondersi col maestro bolognese), tenace sperimentatore di tecniche e impasti pittorici con cui esprimere un immaginario liquido e atmosferico, fatto di esplosioni tonali, fluttuazioni astratte, accensioni di macchie e vapori cromatici in cui il referente naturalistico è introiettato nel rimando ad una dimensione astrale, ad equilibri invisibili e a rapporti sottesi oltre la fenomenologia delle apparenze. Nella convinzione, dichiarata in uno dei manifesti dello Spazialismo, che larte «non impone più allo spettatore un tema figurativo, ma lo pone nella condizione di crearselo da sé, attraverso la sua fantasia e le emozioni che riceve».