Cambiano le modalità di gestione dei servizi del tempo libero, ma in particolare di quelli culturali, negli enti locali. Il decreto legge di accompagnamento alla Finanziaria prevede, infatti, una piccola rivoluzione, che preoccupa gli operatori del settore. Dal '90, anno di approvazione della legge 142 sulle autonomie locali, comuni e province si sono attivati per introdurre nuove forme di gestione della cultura. Favoriti, in questo dal quadro normativo. In particolare dall'articolo 35 della legge 4482001 che per la prima volta ha introdotto il concetto di servizi pubblici locali «privi di rilevanza industriale» e ha messo nelle mani delle amministrazioni una serie di strumenti per gestire il tempo libero dei cittadini: le istituzioni, le aziende speciali, le società di capitali, le fondazioni e le associazioni costituite o partecipate dagli enti locali. Su questo assetto ora interviene in maniera decisa l'articolo 14 del decretane, che riguarda tutti i servizi pubblici locali, dunque anche quelli culturali. L'intervento del legislatore prende le mosse da una procedura di infrazione segnalata da Bruxelles. Secondo la Uè, infatti, l'attuale sistema per la gestione dei servizi pubblici locali non rispetterebbe la normativa sulla concorrenza. L'Italia aveva già recepito le indicazioni dell'Unione e aveva inserito le correzioni in un disegno di legge sul riordino della legislazione in materia ambientale. Pensando di fare più in fretta, quelle modifiche sono state ora travasate nel decretone. In buona sostanza, i servizi pubblici perdono la loro peculiarità, perché ora vengono identificati come servizi «privi di rilevanza economica», ambito assai più vasto, e non più come servizi «privi di rilevanza industriale». Viene, inoltre, previsto che le società gestione si possano costituire solo se a capitale interamente pubblico e si elimina la possibilità di affidare i servizi a terzi sulla base di gare di evidenza pubblica. Secondo Federculture, che raggruppa buona parte delle esperienze che in questi ultimi anni si sono sviluppate nella gestione dei servizi per il tempo libero, le novità rischiano di frenare il settore, inibendo il connubio pubblico-privato già operativo in molte realtà. Nel 2003 i casi di gestione autonoma dei servizi culturali hanno toccato, infatti, quota 300: il 27 sono istituzioni, il 18 società di capitali, al 13 stanno le aziende speciali, i consorzi e le fondazioni, all' 11 le associazioni e al 5 le società a responsabilità limitata.