II ministro Urbani è soddisfatto. Dopo essersi scagliato contro l'emendamento al decretone di fine anno che lasciava solo una manciata di settimane alle soprintendenze per op-porsi alla vendita di beni culturali, l'accordo raggiunto su un periodo di quattro mesi per il silenzio-assenso degli uffici gli è parso un compromesso onorevole, I 120 giorni sanciti ora dal decretone appaiono «un"utile via d'uscita». Di avverso parere, come prevedibile, molti addetti ai lavori. Se Salvatore Settis, direttore della Normale di Pisa e consigliere del ministro, parla di «sconfitta», non meno accesa è la reazione di Anna Coliva, direttore della Galleria Borghese a Roma, secondo la quale a modificane il termine dei 120 giorni basterai «un semplice atto amministrativo, dal momento che già rimbombano le alte proteste delle società di dismissione per i troppi lacci e lacciuoli che ancora impediscono horo di fare affari». Certo è che le soprintendenze faticheranno ai rispettare i tempi. «È una scorciatoia destinata a non funzionare» commenta Giacomo Vaciago, anche lui consigliere del ministro, «lo strumento è inefficiente perché l'ultima parola spetterà comunque ai Comuni, chiamati a decidere l;a modifica della destinazione d'uso». II ministro getta acqua sul fuoco e ricorda che i beni potenzialmente alienabili spesso hanno ben poco di artistico: tra i primi 39 immobili ceduti dallo Stato alla Patrimonio Spa la società guidata da Maurizio Ponzellini che avrà, tra gli altri, il compito di alienare il patrimonio pubblico la parte del leone la fanno le carceri. n nuovo Codice dei beni culturali che ha risistemato l'intera normativa alla luce del nuovo titolo V della Costituzione e distinto i ruoli di Stato ed enti locali su un punto, almeno, è chiaro. Non potranno in alcun caso essere alienati gli immobili e le aree di interesse archeologico, gli edifici riconosciuti come monumento nazionale, le raccolte di musei, pinacoteche, biblioteche e gli archivi. In via provvisoria e cautelare è stata inoltre prevista l'inalienabilità di tutte le cose immobili e mobili di appartenenza pubblica che abbiano più di 50 anni e siano state prodotte da un autore non più vivente. Ma il Codice ha appena iniziato il proprio iter. Dopo aver ricevuto il primo sì da Palazzo Chigi, deve passare al vaglio della Conferenza Stato-Regióni (e i primi segnali dagli enti locali non sono stati positivi) e delle commissioni Cultura di Camera e Senato prima del via libera definitivo. Intanto l'esigenza di far cassa ha fatto premio e dal Codice è stata appunto stralciata la norma sull'alienazione di beni, introdotta nel decreto che accompagna la Finanziaria. Che il patrimonio artistico culturale italiano sia immenso e che lo Stato fatichi a tener dietro ai propri compiti di tutela non è un segreto per nessuno. Il survey sugli investimenti pubblici nel settore in Europa condotto dal centro studi del Touring Club Italiano in collaborazione con il ministero dei Beni culturali conferma le difficoltà: abbiamo un patrimonio mollo più cospicuo dei partner europei ma il budget ministeriale è inferiore alla media Ue fermandosi allo 0,39 del bilancio statale contro lo 0,90 di un Paese meno ricco di beni come il Portogallo e 1' 1,35 della Germania. Resta forte la centralità dell'intervento statale, come si può vedere dai grafi-ci. In Italia, si legge nella ricerca del Touring, «la spesa pubblica per i beni culturali viene allocata al 64 presso il ministero e al 36 presso le Regioni» mentre in altri Paesi il rapporto è inverso, come dimostra la Germania dove lo Stato spende 967 milioni di euro contro i 5-957 impegnati dalle Regioni. Il maggior intervento degli enti locali è la vera sfida del futuro in Italia. Il federalismo impone un passo indietro da parte dello Stato che deve cedere alle Regioni il compito di valorizzazione dei beni culturali. Cosa rientra in questo termine? Un impegno vasto, che impone anche una migliore definizione dei compiti affidabili ai privati, spesso stretti nella semplice gestione dei servizi ammessa nel '93 dalla legge Ronchey. Ma la Vera via d'uscita, come dimostra l'esperienza senese di cui parliamo qui sotto, è una stretta collaborazione tra Stato, enti locali e Regioni nel segno di un semplice, sano buon senso.