Il pezzo della mappa in casa di un architetto. Lo usava come fermaporta -------------------------------------------------------------------------------- Adoperavano il frammento marmoreo della Forma Urbis sottratto alle collezioni capitoline come zeppa per far sì che la porta-finestra non sbattesse col vento. Secondo questi criteri museali, un architetto romano e sua moglie, ex impiegata del Comune, "conservavano" nella casa allEur e nella villa di Anzio decine di sculture e ceramiche antiche detenute illegalmente. Ma peggio hanno fatto altri professionisti romani, tra cui un medico, dei sei denunciati dai carabinieri per ricettazione di beni archeologici: «Usavano un cratere attico a figure nere del primo secolo avanti Cristo come vaso per le piante e con il rischio, molto concreto, di mandarlo in pezzi, mentre altre ceramiche antiche servivano loro da sottovaso», ha raccontato sconsolato il colonnello Raffaele Mancino. Loccasione è stata la presentazione del bottino recuperato dai carabinieri dopo pochi mesi di indagini della procura di Velletri. È stato a novembre che gli uomini del Nucleo tutela patrimonio culturale hanno iniziato le indagini che li hanno portati ai sei acquirenti. E alla bellezza di 618 reperti archeologici (per un valore complessivo di circa un milione di euro) sottratti al patrimonio pubblico: attraverso scavi clandestini ad Anzio, Valmontone, Artena e, soprattutto, Lavinio; ma uno - probabilmente il più importante dal punto di vista storico, la riproduzione del XVIII secolo di un frammento della pianta dellUrbe fatta incidere da Settimio Severo alla fine del II secolo dopo Cristo - frutto di un vero e proprio furto. «È stato un recupero molto importante», ha sottolineato il sovraintendente ai Beni culturali del Comune, Eugenio La Rocca (per assicurare del valore culturale del reperto settecentesco il comandante Mancino, che aveva raccontato «la delusione dei nostri ragazzi quando capirono che non si trattava di un frammento originale, quindi non era una scoperta eccezionale come cera sembrato in un primo momento»). La storia di quel pezzetto di marmo inciso nel secolo dei Lumi è infatti fondamentale per il puzzle della Roma antica. Poiché riporta la pianta circolare del tempio di Minerva Calcidica sepolto sotto la chiesa di Santa Maria sopra Minerva. «La planimetria severiana della Forma Urbis» ha spiegato La Rocca «venne trovata nel Cinquecento e portata in Palazzo Farnese. Nel 1742, al momento del trasferimento nel palazzo Nuovo in Campidoglio, i frammenti smarriti vennero riprodotti sulla base delle copie eseguite due secoli prima nel codice Barberini in Vaticano». Smontata dal muro tra 1929 e 1930, la planimetria della Città Eterna prese la via dei magazzini dellAntiquarium comunale. Ed è in un arco di tempo compreso tra il trasloco e il 1996 (quando ci si è accorti della scomparsa) che avvenne il furto. Furti sono anche quelli eseguiti dai tombaroli che rifornivano i sei collezionisti che non erano riuniti in unassociazione per delinquere. «Tuttavia le indagini vanno avanti», ha detto il colonnello Marino, lasciando intendere che gli investigatori sperano di "far cantare" qualcuno degli indagati per arrivare ai tombaroli: quindi, alle tombe, alle domus o ai templi da dove sono stati strappati la preziosa urna con ciotola di copertura della civiltà Villanoviana (IX-VIII secolo a. C.), i tanti vasi di balsami ellenestici o la rarissima anfora "Sos" (sempre a. C., così chiamata per sigma-omega-sigma sul collo) proveniente con ogni probabilità da una necropoli etrusca. La soprintendente per i beni archeologici del Lazio, Marina Sapelli Ragni, ha parlato infatti di «materiale criminosamente decontestualizzato». Poiché impedisce, ad esempio, di sapere dovè il tempio da cui viene il cippo di epoca imperiale con iscrizione in latino dedicata a Giove Sabazio. O la provenienza della lastra marmorea, con frasi in greco, che esalta la figura di Eracle. Mentre la lastra «con iscrizione tardo repubblicana che nomina una strada allinterno del Foro, si riferisce probabilmente a quello di Anzio». Ed è nella rete dei musei civici delle cittadine laziali che larcheologa della Soprintendenza pensa di destinare i reperti, «una volta che i carabinieri del Nucleo avranno terminato le indagini». Da restituire alla collettività smistandole nelle collezioni pubbliche ci sono anche le statuette votive e le fibule che uno dei denunciati - bontà sua - aveva messo in mostra in una vetrinetta del salotto. Ma anche la statua femminile acefala del primo secolo avanti Cristo, proveniente da Lavinium, lasciata ora in deposito giudiziario nello stesso giardino dellEur che aveva contributo a rendere un "Hortum" rinascimentale.
ROMA - Il ritorno dellarcheologia rubata Recuperati 600 reperti. E un frammento di Forma Urbis
I carabinieri hanno recuperato un bottino di reperti archeologici rubati da un gruppo di collezionisti romani. Il bottino, valutato a circa un milione di euro, include decine di sculture e ceramiche antiche, tra cui una riproduzione del XVIII secolo di un frammento della pianta dell'Urbe fatta incidere da Settimio Severo. La riproduzione è fondamentale per il puzzle della Roma antica e riporta la pianta circolare del tempio di Minerva Calcidica sepolto sotto la chiesa di Santa Maria sopra Minerva. I reperti sono stati recuperati dopo un'indagine che ha portato ai sei acquirenti, che hanno utilizzato reperti archeologici illegalmente per decorare la loro casa.
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