Pronuncia una parola importante: dialogo. E confessa un sogno: «Un Padiglione per il Vaticano alla prossima Biennale». Monsignor Gianfranco Ravasi è presidente del Pontificio consiglio della Cultura, il «ministro della Cultura» del Vaticano. Ammette: «E solo unidea. Non cè ancora nessun contatto. Io alla Biennale non ho neanche mai messo piede, conosco però gli artisti che mi interessano. Lo vedrei come punto darrivo di un percorso di un rapporto tra larte contemporanea e i temi spirituali. Non sarebbe un vero e proprio padiglione. Piuttosto un territorio di confronto». La Biennale però non è un luogo neutro, ma un luogo fortemente politico, dove spesso larte trova la forma della provocazione per esprimersi. In quel caso come vi comportereste? «Certamente. Bisognerebbe tener conto del contesto della Biennale. Ripeto: non lo conosco, dovrei mandare i miei collaboratori. Se le dissonanze dovessero essere eccessive non potrebbe esserci una nostra partecipazione. In caso contrario non bisogna temere. E come andare in televisione: io ho una rubrica su Canale 5, nel mio palinsesto cè il Grande Fratello. Non per questo rinuncio ad andarci». Lestate scorsa ci fu il caso di «Messiah Game» il balletto ritenuto blasfemo. In un caso simile come vi comportereste? «Ripeto: se le dissonanze dovessero connotare levento come blasfemo non potremmo andarci. Cercherei un altro posto in cui esporre. Un posto più serio. Se non puoi fare un discorso e la tua presenza viene usata per spettacolarizzare, allora è meglio non farlo». È il caso della Sapienza. «Quello che mi ha colpito lì è stata la mancanza di curiosità del mondo universitario nei confronti di un altro mondo». Come è nato questo desiderio di dialogo col mondo dellarte contemporanea? «Lo spunto è stato il nuovo lezionario. Contiene 8o illustrazioni di artisti contemporanei. In copertina cè Mimmo Palladino, ci sono opere di Sandro Chia, Pomodoro. Lidea è proprio quella di riprendere il filo del dialogo tra la spiritualità cattolica, la liturgia e larte contemporanea che è quella più difficile. La sfida è vedere se è possibile che una loro visione, che tante volte è alternativa, non possa spingerli a creare qualcosa di nuovo. Vorrei stimolare la curiositas degli artisti. Nel lezionario ci si imbatte in cose inattese: luso dellacciaio inox, del legno multistrato, della cera». Pensa che liconografia sacra potrebbe essere di stimolo allarte contemporanea? «Credo proprio di sì. A volte, sfogliando Flash Art, si percepisce la fatica, il vuoto in cui si dibattono gli artisti contemporanei, sono avvoltolati su se stessi. Noi oggi possiamo dare un contributo agli artisti, potremmo dar loro la possibilità di ripensare al sacro con linguaggi nuovi. Del resto è questo il compito dei veri mecenati. Penso ad artisti come Kounellis, Rauschenberg, Jasper Johns». Ma larte sacra deve essere per forza figurativa? Sarebbe un limite per larte contemporanea... «No, non necessariamente. Nel lezionario ci sono opere di Sebastiano Vago, astratte, o di Pomodoro». Sarebbe riannodare le fila di un rapporto che in passato ha prodotto grandi opere. «E indubbio. Basta pensare a Tintoretto, Veronese, Giorgione. Venezia è il luogo più alto in cui si è manifestato questo dialogo tra arte e sacro. Il mondo veneziano è stato tra i più attenti a questo rapporto. Basta passare per le chiese di Venezia per vedere come larte era in continuo dialogo, anche con tutta la libertà creativa. E un esempio da mostrare. Anche se forse adesso non abbiamo i grandi artisti di una volta...».