«Non sono i kebab, ma i brutti arredi a deturpare l'immagine del centro» Il problema non è il kebab. E neppure la pizza a taglio, di per sé. Il problema è l'arredamento, l'insegna, l'illuminazione, il cartongesso che nasconde pitture o elementi architettonici. Il centro storico - sostiene Marco Chiari, ex assessore all'urbanistica della giunta Fazzi e oggi consulente del sindaco per il decoro e l'arredo urbano - non si svaluta perché si apre un locale che vende kekab. Si svaluta se l'attività di kebab ha arredamenti brutti, sedie in plastica o un'illuminazione al neon. Proprio per questo - annuncia - presto verrà istituita una commissione, che insieme all'ufficio decoro del Comune, valuterà i progetti di apertura di nuove attività o rinnovo locali con particolare attenzione agli interni, alle vetrine, alle insegne e alle facciate. Di norme nuove, in realtà - sottolinea Chiari - non c'è molto bisogno perché dal 2000 - anno della delibera sulle attività vietate al centro storico - il Comune ha approvato una serie di regolamenti a tutela del decoro del centro. Esiste perfino - ricorda - un censimento del 2001 di circa 220-230 attività storiche, con schede analitiche nelle quali si indica che cosa deve essere conservato, che cosa deve essere restaurato, che cosa può essere sostituito o modificato. «Il problema, però - ammette il consulente del sindaco - è che queste norme non vengono rispettate». Geometra Chiari, che cosa declassa, secondo lei, il centro storico? Sono le attività di kebab appena messe al bando? «Non direi. Il problema è sempre di arredo e di decoro. Mi spiego subito. Non è penalizzando un certo tipo di alimentazione (e il locale che la commercializza) che si rende più bello il centro storico: in questo non sono d'accordo con la delibera approvata dalla giunta (senza il voto dell'assessore al commercio che l'ha proposta, ndr). Quello che si deve contrastare è il brutto. Ci sono bar in città che vendono prodotti di qualità peggiore del kebab, ma si pensa che la merce sia migliore perché venduta in un ambiente decoroso. O addirittura bello. A nessuno, ad esempio, viene in mente di contestare le cene libanesi che due volte o tre alla settimana vengono proposte al caffè De Flore, in via Fillungo (sotto la sede dell'Ascom, l'associazione che ha chiesto al Comune di proibire i negozi di kebab, ndr), perché il locale è bello. Quello che voglio dire è che il kebab lo può proporre anche il Caffè Di Simo: il punto non è che cosa vendi, ma dove e come lo vendi. Quindi il divieto non deve riguardare la cucina etnica, ma la qualità dell'ambiente all'interno del quale un certo prodotto, alimentare o meno, viene venduto». Bene e allora, in concreto, che cosa porta al degrado il centro? «Basta guardarsi in giro per capirlo. I locali abbandonati, ad esempio. O chiusi da troppo tempo. Prendiamo via Fillungo: i locali che ospitavano il negozio di abbigliamento Guidi sono devastati. Idem i locali accanto al Caffè di Simo: sui vetri e sul legno c'è appiccicato di tutto. Un privato dei propri immobili deve fare quello che vuole, deve poterli anche affittare a 20mila euro il mese: su questo il Comune non può (né deve) intervenire. Ma lo stesso privato ha anche l'obbligo di tenere arredi e facciate in modo decente. Vetrine comprese». I problemi, però, non sono solo in via Fillungo. «Certo che no. Era per citare qualche esempio. Vediamo quello che succede in chiasso Barletti (dove c'è un'attività di kebab, ndr): ci sono infissi in alluminio anodizzato che sono proibiti da un apposito regolamento, ma nessuno ha impedito l'installazione. E nessuno interviene». Nella delibera di giunta che vieta il centro ai locali di kebab si fa riferimento anche ad altre attività «similari», per quanto non si specifichi meglio a che cosa si riferisce. Però pizzerie a taglio e dintorni sono tollerate nel centro: perché? «Anche qui bisogna fare una precisazione. Già ai tempi della giunta Fazzi (la delibera è del 31 gennaio 2000, ndr) si proibiva il centro a una serie di attività, comprese le pizzerie a taglio intese come pubblici esercizi e non come attività artigianali (con vendita dei prodotti e divieto di somministrazione e consumo in loco, ndr). Nel 2003 questi limiti sono stati meglio specificati e anche inseriti nel regolamento urbanistico: in alcune piazze e strade del centro, infatti, è stata vietata anche l'apertura di pizzerie a taglio artigianali in locali inferiori a 50 metri quadri. Questa norma fu introdotta sulla scia di quello che stava succedendo nel centro di Firenze, popolato di friggitorie. Ma il divieto, come si vede, non riguardava il prodotto in sé (la pizza a taglio) quanto l'ambiente nel quale esercitare questa attività. Volevamo tutelare la qualità degli ambienti e, quindi, delle strade. Per questo fra il 2000 e il 2004 abbiamo approvato regolamenti di ogni tipo per assicurarci l'apertura di belle attività». Ad esempio, quali? «Ad esempio esiste un regolamento che impedisce di inserire pannelli di cartongesso dentro locali del centro caratterizzati da elementi architettonici o pitture di pregio. Quando un privato chiede l'autorizzazione per i lavori, dovrebbe dichiarare, con un'autocertificazione, che non esistono elementi artistici o architettonici da tutelare. Ma questo non si fa. Esiste anche un regolamento contro l'inquinamento luminoso che impone alle attività di installare lampade con luci calde. Invece abbiamo esempi di lampade con luci bianchissime che annullano i contorni delle vetrine di attività storiche come Di Simo, Pellegrini, Tenucci». Queste regole valgono, dunque, per tutte le attività. Non solo per kebab, insomma. «È ovvio. Riguarda anche i negozi di mutande e chincaglierie sempre più frequenti anche in Fillungo. Lo ripeto: la questione non è la merce, ma dove si vende». E come può il Comune tutelarsi dal brutto? «Affiancando all'ufficio decoro una commissione di valutazione delle domande (e dei progetti) di apertura delle attività. Al di là della vetrina si dovranno valutare i materiali impiegati, le proposte suggerite, l'illuminazione, gli arredi». Dovranno essere antichi per forza? «Assolutamente no. Se ci sono soluzioni interessanti anche contemporanee - pensiamo ai locali creati da Philippe Starck - siamo aperti». In che modo? «Il Comune vuole studiare forme di alleggerimento delle pressioni tributarie su chi investe nella valorizzazione del centro. Questo è l'input del sindaco».
LUCCA. URBANISTICA: Una commissione valuterà i progetti delle nuove attività
Il consulente del sindaco, Marco Chiari, sostiene che il problema non è il kebab, ma l'arredamento e il decoro dei locali che vendono questo cibo. Il centro storico non si svaluta perché si apre un locale che vende kebab, ma se l'attività di kebab ha arredamenti brutti, sedie in plastica o un'illuminazione al neon. Chiari annuncia l'istituzione di una commissione per valutare i progetti di apertura di nuove attività o rinnovo locali con particolare attenzione agli interni, alle vetrine, alle insegne e alle facciate. Il Comune ha già approvato regolamenti a tutela del decoro del centro storico dal 2000, ma queste norme non vengono rispettate.
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