Il direttore dell'Archivio di Stato, Giovanni Marcadella si guarda attorno sconsolato. Molto è stato fatto nel complesso cinquecentesco di S. Biagio, almeno con l'abbattimento di vecchi edifici che nascondevano antichi splendori. Ma il problema rimane tutto rivolto ad un futuro per nulla roseo. «Il Demanio, o meglio lo Stato, è proprietario del 70 per cento dell'area, la parte di nostra competenza è stata messa in sicurezza, ma solo quella...». Sta dicendo che spetta al Comune muoversi? «Lo sto dicendo da tempo. L'unica cosa che siamo riusciti ad ottenere è stato lo spostamento dell'archivio del tribunale. Per il resto, buona metà del tetto del chiostro sta crollando. E non c'è stato alcun intervento, almeno per recuperare in parte un patrimonio che poche città possiedono, nel cuore del centro storico». Allora, che cosa propone? «Vorrei che il Comune decidesse che cosa fare su un'area vincolata dalla Soprintendenza, ma di cui non si trova traccia nemmeno nel Pat-Piano di assetto territoriale, che dovrebbe dare le linee guida per lo sviluppo della città». Direttore, che cosa vi aspettate? «Innanzitutto il via libera ad una variante, presentata alcuni anni fa, che ci permetta di creare alcuni scantinati nell'area dove c'erano gli orti dei frati. Sono già state fatte bonifiche sul terreno e sotto non c'è assolutamente nulla». Da quanto tempo siete in attesa? «Parecchio, ma non ho mai avuto il piacere di parlare con il sindaco. Il primo accordo con il Demanio venne stipulato con il commissario prefettizio, nel 1988 e, poi, dalla giunta arrivarono soltanto promesse d'intenti». Che, però, non hanno portato a nulla, se non a rendere ancora più fatiscente la parte di proprietà comunale? «Direi sì. Per questo vorrei una risposta chiara: o ci dicono come intendono procedere, oppure siamo costretti a staccarci. Mi rendo che si tratta di un'assurdità, ma stiamo perdendo troppo tempo». E per i finanziamenti? «All'inizio, quando il progetto venne presentato al Ministero, dovevamo rientrare nei fondi riservati per il recupero delle opere d'arte che provenivano dal gioco del Lotto. Però, in tutto questo tempo, quel treno l'abbiamo perso». Ora? «Servirebbero una ventina di milioni. Il Demanio ne ha già investiti due per mettere in sicurezza buona parte del convento e del chiostro, dove sono stati rinvenuti affreschi di pregio, senza contare tutti i lavori che abbiamo eseguito sul tetto riprendendo tutte le travi originali, pulendole e risistemandole come erano anticamente. Poi, ci sono privati che sono interessati all'ex convento, che ne hanno colto la complessità e la bellezza architettonica». Come pensavate di utilizzare l'ex carcere, senza dimenticare la sede per gli archivi di Stato di cui si era parlato in passato? «Innanzitutto vorremmo restituire a Vicenza, città patrimonio dell'Unesco, un'opera d'arte. All'interno, oltre tutto quello che ha elencato, potrebbero trovare posto un book-shop museale, come quelli delle grandi capitali europee, un luogo per la didattica da destinare ai bambini, un punto di ristorazione che si sposi con l'ambiente. Un sorta di centrale di coordinamento con quanto la città propone per cui con palazzo Cordellina, i chiostri di S.Corona e gli altri poli museali in centro. Una serie di botteghe artigiane da destinare ai giovani che si avvicinano all'arte. Senza dimenticare una sala polivalente: un auditorium in grado di accogliere 500 persone per conferenze e dibattiti. E poi va ricordata la presenza del fiume che costeggia il complesso: potrebbe diventare un'area di ristoro e di riposo all'interno di un quartiere un po' degradato a due passi da piazza dei Signori». Ma una divisione dell'ampio complesso sarebbe dannosa, per non dire letale, per per le peculiarità artistiche e storiche dell'edificio? «Sicuramente, ma è l'Amministrazione con il suo immobilismo a metterci su questa strada, che il Ministero vorrebbe sicuramente evitare. Senza dimenticare che esiste ancora un'autorimessa comunale gestita da privati che verte su un'area tutelata dalla Soprintendenza».