A palazzo Leoni Montanari restaurati più di 700 tesori «Le opere da restaurare sono come un malato caro da assistere: per la guarigione servono medicine, ma anche tanto affetto». È questa la filosofia che anima palazzo Leoni Montanari e il suo progetto «Restituzioni». Proprio lì, in quell'angolo elegante di strada Santa Corona, infatti, vi è la centrale operativa di un ospedale dell'arte, dove le opere «malate» guariscono sotto mani esperte che le attendono nei migliori laboratori di restauro d'Italia. «La storia di Restituzioni nasce alla fine degli anni Ottanta spiega Fatima Terzo, responsabile Beni culturali di Intesa Sanpaolo in quella piccola banca che era la Cattolica del Veneto, attivamente partecipe dello sviluppo economico, sociale e culturale del territorio, per lungimiranza dell'allora presidente Feliciano Benvenuti. Tra i numerosi ed alti ideali civili perseguiti dal professor Benvenuti, un posto importante hanno sicuramente avuto la salvaguardia e la valorizzazione delle opere d'arte e dei documenti storici espressi nel corso dei secoli dalla civiltà veneta». La formula delle Restituzioni, dunque, come spiega Terzo, è parsa subito un'idea semplice ma efficace per promuovere una relazione non occasionale tra l'impegno pubblico e quello privato nell'ambito della tutela del patrimonio culturale. Si è creato da allora una sorta di «circolo virtuoso» ininterrotto, anche dopo la conclusione della storia della Cattolica, grazie alla alta tutela dell'iniziativa assicurata da Giovanni Bazoli prima in Ambroveneto, quindi in Intesa, oggi in Intesa Sanpaolo. Più di 700 le opere restaurate dal 1989, proprio mentre si prepara l'edizione 2008 che, fra due mesi, fra i tesori recuperati, provenienti dai Musei Vaticani, dal tesoro di San Marco a Venezia e da San Gennaro a Napoli, metterà in mostra una vera chicca: proprio il Reliquario del sangue di San Gennaro. E nell'imminente appuntamento, diviso sempre in tre filoni con pittura, scultura e archeologia, ci sarà anche un'altra novità: i principali capolavori saranno affiancati da un video no stop che ne racconterà le fasi salienti del restauro. Ma perché si è scelto proprio il titolo «Restituzioni»? «La ricerca del titolo era rivolta a qualcosa che ricordasse un gesto interattivo, un'apertura verso l'esterno spiega Terzo . Scelsi il titolo prendendo a prestito una espressione latina, restitutio in pristinam dignitatem: con il restauro si può infatti contrastare il danneggiamento del tempo al punto da far tornare l'opera alla dignità originaria, non certo "all'antico splendore" come a volte si sente dire. E poi il vocabolo assumeva in sé ulteriore ricchezza di significati: era convincente l'atto di riconsegna delle opere restaurate ai loro proprietari, ma era soprattutto stimolante e coinvolgente il pensiero di riaffidare alla comunità un catalogo di reperti di una comune memoria salvati dal degrado», il tutto grazie al rapporto collaborativo instaurato tra i vari soggetti che lavorano al programma: ciascun protagonista esprime le proprie capacità e c'è una vera e propria partnership attiva fra Soprintendenze, proprietari dell'opera, restauratori e la banca che coordina il tutto. Insomma, qui l'istituto bancario non si riduce a semplice finanziatore, ma a centro gestionale non privo di sensibilità civica e culturale, che sa mettere in valore anche le altrui competenze. E l'identikit del visitatore di «Restituzioni» ormai è chiaro: «Il pubblico, in quasi vent'anni di mostre, è accresciuto ma non è cambiato nelle sue componenti, direi, eterogenee spiega Terzo . Lo studioso viene perché ha la possibilità di vedere le novità emerse con il restauro delle opere che già conosce, mentre lo studente ha modo di fare approfondimenti utili ai propri studi. Ma la cosa bella è che alle nostre esposizioni entra anche il visitatore più semplice. E qui può trovare varie forme sia di accompagnamento didattico che di approfondimento scientifico, e soprattutto sa di poter contare su un'accoglienza sentita e festosa. Grazie alla bravura e cordialità degli operatori culturali presenti in palazzo, appositamente formati per non dissociare mai la conoscenza tecnica dal saperla porgere, il visitatore deve avere la sensazione di sentirsi dire: "Grazie di avere varcato la soglia"».