Lindustrializzazione nellEuropa dellOttocento si prospettava su due modelli di riferimento fondati su due diverse risorse energetiche: il modello francese, maggiormente ancorato alla tradizione storica dello sfruttamento della forza idraulica e alla valorizzazione della valentia delle maestranze, e il modello anglosassone, proiettato nella utilizzazione del coke col conseguente sviluppo della macchina a vapore. I grossi giacimenti di carbone nel nostro continente offrirono in media una produzione di dieci milioni di tonnellate a inizio Ottocento che, negli anni Trenta, addirittura si raddoppiava. Durante tutto il secolo la più importante attività industriale fu quella siderurgica. In Sicilia, uno dei problemi più impegnativi per lavvio di tali attività consistette nel reperimento delle materie prime, fra cui primeggiava il carbon fossile, il combustibile più idoneo. La verità è che, nella seconda metà dellOttocento, i giacimenti di carbone nellisola si erano rivelati insufficienti ad alimentare in modo autonomo lindustria locale. Ciò nonostante le ricerche non si erano affievolite e avevano realizzato qualche risultato. Nel messinese non si ebbero particolari rinvenimenti di carbon fossile, tuttavia vi è notizia di alcuni tentativi in tal senso che furono autorizzati nel 1846 e che portarono nel 1890 alla scoperta a Granitelli, presso Messina, di un piccolo strato di lignite nel fondo dello stabilimento per la cottura di laterizi della ditta Salemi-Chemi, ma si trattava di quantitativi così modesti che se ne limitò luso in un ambito prettamente privato e per un periodo di tempo assai breve. Nel primo quarto del Novecento i risultati delle indagini scientifiche pervennero a conclusioni più affidabili, secondo le quali, come si può leggere nelle pubblicazioni pertinenti, esistevano in Sicilia, sia pure in quantità limitata, giacimenti di carbon fossile. Le risorse minerarie erano rappresentate principalmente da ligniti ad Urni presso Salici e Novara, nel messinese (da 400 tonnellate di minerale), Peloritani, Torresena, contrada Giummarito presso Noto (da 130 mila tonnellate), a Sciacca sotto il monte San Calogero, a Palazzo Adriano e a Salemi. Nei due giacimenti più importanti, cioè quelli di Urni e di Noto, la lignite era troppo ricca di ceneri sicché, come nota G. B. Floridia in una pubblicazione del 1944, «il suo potere calorico, se asciutta, non supera le 5 mila calorie». Lo stesso autore aggiunge che «durante la guerra del 1915-18 dal giacimento di Urni vennero estratte 3.200 tonnellate di lignite e da quello di Giummarito tonnellate 5.700. Tracce di lignite, ma non di importanza solamente scientifica, sono state trovate inoltre presso Palazzo Adriano, e, pare, anche presso Salemi». Anche in questo caso non mancarono le iniziative private per ottenere i benefici dei brevetti intorno alle nuove invenzioni. Da documentazioni archivistiche relative alla prefettura di Catania dellanno 1900, si apprende che Francesco Minichino e Giovanni Librino di Palermo ottenevano una privativa di 3 anni per un carbone artificiale denominato "thermas". Ciò non toglie naturalmente che venissero svolte zelanti ricerche in altri settori scientifici, che coinvolgevano un complesso di interessi che oggi chiameremmo interdisciplinare. Il petrolio e il bitume si prestavano alle potenzialità, individuate dagli esperti del tempo, di elaborazione per la preparazione di prodotti utili alle arti applicate. Al 1820 circa si fanno risalire ritrovamenti di tali materie prime anche nei pressi di Leonforte, più precisamente nellex feudo di Nissoria. Inizialmente venne sfruttato il bitume, da un gruppo di speculatori inglesi, che ne avevano occultato il vero valore per ricavarne maggiore profitto commerciale. Insospettitisi, i legittimi proprietari promossero ricerche più approfondite, rivolgendosi ai più autorevoli esperti, come si legge in un opuscolo di Gioacchino Santoro Cremona: «Il conte di Caltanissetta, figlio del Principe, fece esaminare un tal materiale dal chiarissimo Francesco Paolo, e dallespertissimo Stefano Chiarelli, naturalisti chimici, e farmacisti conosciutissimi, per lanalisi de quali fu riconosciuto essere lutilissimo asfalto. Se ne conobbe limportanza, e ne fu sospeso il trasporto agli Inglesi, i quali delusi ne aumentarono il prezzo ad onze sei il quintale. Ecco lorigine del ritrovamento, e dello scoprimento di questo preziosissimo bitume di Sicilia, ove se non fosse stato coltivato lo studio della Storia Naturale, e della chimica appo noi, al certo non si avrebbe allora saputo esser questo un pregevolissimo bitume, che tanto interessa alle arti, alle manifatture, al commercio, alla vita». Ricerche isolate si svolsero in altri luoghi del territorio siciliano, apportando nuove conoscenze grazie ai risultati scientifici conseguiti. Da un documento inedito del 1839 (Archivio di Stato di Palermo, ministero Interno, busta 2.236 anno 1842) si ricava lesistenza di un antico metodo di estrazione di bitume che, ulteriormente trattato attraverso processi iterativi, generava una raffinazione tale da ottenere petrolio. Il documento era stato redatto da Francesco Damelhofer, il quale possedeva uno «scavo di pietra bituminosa» a Ragusa e aveva al suo attivo numerose esperienze nel settore dello sfruttamento del sottosuolo. Costui ci informa che il «solo metodo destrazione finora usato in Sicilia e praticato soltanto dallabate Sertita, consiste nella fusione del minerale grezzo, lasciando deporre limpurezza che contiene e raccogliendo il liquido così purificato per indi poi lasciarlo raffreddare per ottenere lasfalto in massa... «. Il redattore del documento concludeva la sua esposizione riferendo un metodo escogitato da lui e dal suo collega Domenico Meyer che, grazie a un apparecchio di loro invenzione, effettuava in maniera soddisfacente il processo di raffinazione del minerale. Tale macchina, mediante tubi e serpentine, a ogni passaggio di trattamento riportava il petrolio estratto in modo da facilitarne il filtraggio, Così, scaricati i gas che si potevano produrre, il materiale passava via via ai successivi stadi di raffinazione, quindi da asfalto in bitume ed infine in petrolio. In uno studio del 1952 Ramiro Fabiani fornisce al riguardo interessanti informazioni: «Indizi e manifestazioni di varia entità didrocarburi solidi, liquidi e gassosi si riscontrano in gran numero in Sicilia. Quelli liquidi sono conosciuti e in qualche modo utilizzati forse da maggior tempo (l"olio" di Agrigento degli antichi), mentre quelli solidi, i ben noti asfalti del Ragusano, hanno per primi formato oggetto di estrazione a scopo industriale, ma solo di recente, allinizio, pare, per ricavarne olio illuminante, in seguito invece per pavimentazione stradale. Lescavazione per questo impiego è cominciata verso il 1880, alimentando una forte esportazione, che nei primi 31 anni del secolo raggiunse e talora superò le 100 mila t. annue Le manifestazioni più notevoli di idrocarburi punteggiano una zona che decorre da Cattolica Eraclea (Agrigento), a Bivona, Lercara, le Petralie, Nicosia, Bronte, Paternò, Ragusa ad ovest e Pachino ad est». Lo stesso, descrivendo come nel primo decennio del Novecento la "Société des Pétroles et Perforations artesiennes" avesse effettuato i propri rilievi, menzionava gli interventi degli esponenti locali: «Senonché dando credito alla voce, messa in giro, si disse, anche da "competenti", e riportata dai giornali, che nel sottosuolo di Nicosia esiste nientemeno che un lago di petrolio» e che «i terremoti della zona dipendono dal fatto che non si da sfogo a tale massa di petrolio, le autorità locali e del capoluogo della provincia si rivolsero a Roma, insistendo perché anche la zona di Nicosia fosse esplorata dallAgip». I tempi sono ormai maturi per tentare di mettere a frutto anche in Sicilia le nuove risorse energetiche che nel frattempo sono state valorizzate altrove. Tra queste, comè ovvio, posto preminente occupano il petrolio e lenergia elettrica per tutte le applicazioni che se ne possono effettuare nei vari settori dellattività industriale. Per esempio, un caso che potrebbe sembrare estraneo allargomento che stiamo toccando, e che invece è strettamente legato a esso, si può ravvisare nella realizzazione dellimportante Cantiere navale, fornito di una prestigiosa attrezzatura di macchinari, di proprietà della "Società di Navigazione Roma", costruito a Mondello nel 1922 per diretto interessamento di alcuni operosi cittadini palermitani, particolarmente dotati di spirito di iniziativa. Sia detto tra parentesi che questo cantiere veniva ad aggiungersi a quello principale dello scalo di Alaggio e ad altri ancora sorti, nellarco di tempo di un ventennio, nelle aree libere palermitane, a testimonianza di interessanti prospettive nellambito armatoriale, purtroppo destinate a naufragare. Tornando al cantiere di Mondello, che si estendeva per unarea di 104 mila mq. di cui 16 mila coperti, documenti inediti (Archivio di Stato di Palermo, fondo Prefettura Gabinetto, busta 375 anno 1921) attestano la presenza di moderni macchinari, in grado di operare sfruttando lenergia elettrica, con una fitta rete ad aria compressa, depositi per lapprovvigionamento di nafta, e limmancabile sistema a binari per il trasporto interno dei pesanti manufatti. Più in dettaglio il cantiere risultava così accessoriato: «Tre fabbricati di 40 metri che comprendono: il primo lofficina carpentieri in legno, falegnami ed ebanisti con sottostanti officine fabbri da banco, il secondo lofficina fonderie e tubisti con sottostante magazzino di allestimento. Ed il terzo, lofficina congegnatori con sottostanti officine calderai. Altri due fabbricati così distribuiti: uno di essi di metri 40 per 18 costituisce la centrale generatrice di energia. Qui si trovano sistemati due gruppi con motori Diesel Tosi da 400 cavalli ognuno che azionano gli alternatori per la produzione dellenergia elettrica forza e luce. Quattro compressori Igorsoll Romeo per la produzione dellaria compressa per alimentare tutta la estesissima rete pneumatica per il servizio degli scavi. Due pompe idrauliche per lalimentazione delle presse e ribaditrici funzionanti a 100 atmosfere. È degna di nota speciale la sistemazione che veniva eseguita, in questa centrale, per il rifornimento della nafta. «Questa viene aspirata direttamente dalla nave cisterna e pompata entro tre grandi serbatoi di cemento armato che formano la parete laterale della centrale stessa, capaci di contenere circa 300 tonnellate di nafta. Una estesa rete di binari (8 km) a scartamento normale serve il molo, la banchina, le officine, i piazzali degli scali, per modo che il materiale grezzo che giunge per via mare, viene sbarcato direttamente sopra i carrelli delle gru locomobili e trasportato ove necessita». La su trascritta descrizione del cantiere di Mondello in quello scorcio di tempo, unita alla contemporanea esistenza degli altri cantieri navali di Palermo, accresce malinconiche riflessioni circa il progressivo indebolimento di queste importanti strutture industriali dovuto principalmente alla mancanza o insufficienza delle commesse di costruzioni navali.