Al Civico Archeologico fino al 24 febbraio si possono persino ascoltare (in cuffia) le voci dei protagonisti -------------------------------------------------------------------------------- SE non ci fosse stata la fotografia e fermare le immagini di performance e azioni, se non ci fossero stati i programmi estetici degli artisti e i cataloghi a documentare le mostre, rimarrebbe ben poco oggi dellarte contemporanea che si sviluppò alla fine degli anni Sessanta. Invece un capitolo di quellesperienza, lArte Povera, torna a rivivere e ad emozionare proprio grazie a queste testimonianze, presentate nellesposizione «Libri e documenti. Arte Povera 1966-1980», allestita fino al 24 febbraio al Museo Archeologico (orario martedì-venerdì 9-15, sabato e festivi 10-18.30). Evento promosso, in occasione di Arte Fiera, dal Comune di Bologna in collaborazione con Corraini Edizioni di Mantova, curatori anche del catalogo. La selezione dei lavori è di Giorgio Maffei che al tema ha dedicato studi recenti. Non ci sono le opere (gli specchi di Giulio Paolini, ligloo di Mario Merz o i tappeti di cotone con lettere di Alighiero Boetti, i legni di Jannis Kounellis, le sculture di Giovanni Anselmo, il «mare» di Pino Pascali o le invenzioni di Pier Paolo Calzolari) ma fotografie e video che le raccontano, magari nel momento in cui vengono allestite negli spazi espositivi. Ci sono le voci degli artisti registrate per le interviste (da riascoltare con le cuffie) e i loro ritratti: scatti in bianco e nero realizzati dai fotografi che al tempo condividevano con loro esperienze e spazi, Paolo Mussat Sartor e Mimmo Jodice a Napoli, Claudio Abate a Roma, Giorgio Colombo a Milano e alle grandi manifestazioni come la Biennale di Venezia o Documenta a Kassel, e poi Ugo Mulas, Gianfranco Gorgoni. Alla fine non si sente la mancanza dei grandi lavori che al tempo rivoluzionarono il linguaggio dellarte; lo spirito di allora emerge comunque, la forza innovativa traspare ugualmente dalle riviste, dai manifesti, dagli inviti per le inaugurazioni delle mostre. A definire la portata di questo fenomeno tutto italiano ci sono le teorie dei critici, che si possono leggere nelle riviste originali chiuse nelle teche. Accanto ad una sezione speciale, la più consistente, che riguarda i così detti libri dartista: opere visive e riflessioni estetiche al contempo. «Il libro dartista per sua stessa natura sfugge alle categorie estetiche tradizionali - spiega il curatore in catalogo - . Consente allartista, talvolta più della pittura, della scultura o dellinstallazione, unanalisi interiore, un esercizio formale o narrativo, una sospensione della fatica creativa a favore di una disciplina riflessiva sui significati del proprio lavoro». Riflessioni che, come dimostra il materiale esposto in questa occasione, si riversarono poi su volantini, locandine, timbri, cartoline e perfino giochi.