Non è affatto una gran trovata l'idea di affiancare alla Biennale di Venezia una consulta di rappresentanti di altre istituzioni culturali (Triennale, Quadriennale, Istituto Luce, eccetera) allo scopo dichiarato di orientarne le scelte di programma e di governo. C'è davvero chi scommette che una simile mistura potrà far compiere passi avanti reali ad una delle istituzioni culturali più prestigiose d'Europa? L'esperienza insegna il contrario. Si sa che in genere le consulte, come anche le commissioni allargate, finiscono con l'umiliare il principio della responsabilità individuale nelle scelte e nelle decisioni. Il che può avere un effetto tutt'al più deprimente se non addirittura devastante soprattutto in campo culturale dove il numero contrasta sempre con la qualità di cui c'è bisogno. E può realizzare se mai formule dì consenso al ribasso: secondo logiche da dopolavoro che nessuno potrebbe augurare come destino alla nostra Biennale di Venezia. La proposta della consulta invece mi pare proprio tributaria di quella mentalità burocratica e di sinistra post-sessantottina che ha surrogato per anni la vita culturale italiana mediante la retorica della «partecipazione»: per la gioia e la finanza allegra di tanti assessori al turismo e allo spettacolo, ma a tutto danno di un effettivo potenziamento delle nostre maggiori istituzioni. Un errore da non ripetere e soprattutto da contrastare con le idee e con le opere. Valerio Riva ha già detto la sua in proposito su queste colonne (Il Giornale, 4 novembre) con argomenti di cui non si può che condividere la preoccupazione appassionata. II successo di un progetto culturale non si assicura aumentando il numero dei conferenzianti e dei governanti ma con la linearità responsabile di scelte che si debbono poter distinguere per lo sguardo superiore al senso comune e in qualche modo anticipatore del futuro. Questo e non altro ha fatto la Biennale di Venezia nelle migliori occasioni che ne hanno saputo garantire e rinverdire la fama nel tempo. Penso al valore aggiunto determinato dalla non dimenticata e tanto preveggente Biennale del «dissenso» nei Paesi dell'Est che fu pietra dello scandalo negli anni Settanta; ma penso anche alla tanto discussa Biennale che sancì nel 1964 lo sbarco della Pop Art americana portando scompiglio e rigenerazione in tutto il territorio artistico europeo. Gli esempi potrebbero continuare a conferma del fatto che sono le idee ad attivare le funzioni istituzionali della cultura e non viceversa. Una riforma dell'aspetto manageriale è certamente necessaria per andare oltre lo sbilenco impianto della Biennale concepito dal precedente governo di centrosinistra: ma sarebbe assolutamente improvvido accentuare ulteriormente, con ibridazioni di altri enti, il distacco dalla matrice «veneziana» che determina il profilo della istituzione quale scenario intemazionale della cultura. Mai come in questo momento storico l'italianissima e cosmopolita Venezia può giocare al meglio il molo di «città libera dell'arte» perseguendo il raccordo tra Oriente e Occidente con aggiornamenti inediti e coraggiosi rispetto alle consumate retoriche culturali del cinquantennio successivo alla seconda guerra mondiale. Si sa che tutte o quasi le rivoluzioni artistiche del XX secolo sono partite dall'Oriente europeo (Varsavia e Mosca, poi Vienna e Berlino, prima di trasferirsi a Parigi e New York) ed è ormai gran tempo di renderne conto con maggiore consapevolezza per esprimere lo sviluppo attuale del supercitato «spirito occidentale». Una volta caduto il velario ideologico e politico del comunismo Venezia può funzionare da «centro vitale» della contemporaneità in una originale sintonia di valori e interessi continentali su larga scala. Esiste uno spazio competitivo sul piano delle idee, dei modelli espressivi; degli Stili e delle forme di vita dall'Atlantico agli Urali (ed oltre) che può suggerire autentiche novità e motivi profondi di ripensamento culturale. Ed è più che opportuno mettere in questo senso al lavoro le energie intellettuali disponibili. Nulla sarebbe più inconcludente del pestare ancora l'acqua nel mortaio di strampalate quanto inesistenti distinzioni tra cultura «di destra» e «di sinistra» come se il colore politico potesse ritmare la qualità e l'incidenza del pensiero (dell'arte, poi...) e come se questo grave pregiudizio non, fosse già di per sé proprio l'evidente retaggio duro a morire della vecchia! egemonia gramsciana, marxista e «di sinistra» ai danni della autentica libertà della cultura, italiana. Con buoni argomenti Vittorio Sgarbi (Il Giornale,17 novembre) ha voluto sottolineare il bene prezioso della indipendenza intellettuale di chi ha sempre rifiutato di «suonare il: piffero per la rivoluzione» (Elio Vittorini) ed auspica piuttosto una rinascita con espansione della civiltà liberale in Italia riconoscendosi non a caso e sostenendo le forze che ad essa esplicitamente si richiamano. Tale spirito di indipendenza e autonomia va fatto circolare nelle istituzioni culturali in nome della responsabilità e del vincolo di decisione ben al di là della fiacca retorica del «pluralismo» postmoderno molto politicamente corretta e progressista) che non riesce più nemmeno a mascherare il vuoto relativista di cui si alimenta. Dal potere politico la cultura non si attende codici di comportamento estetico e ideologico: né tanto meno però la riduzione del proprio ruolo ad una tavola rotonda imbandita low profile in assenza o equivalenza di valori. Una ripresa autentica di vitalità liberale reclama invece la adozione di scelte e responsabilità che esaltino la funzione autonoma delle istituzioni e delle correnti intellettuali per una più decisa competizione sul piano delle idee e dei programmi da realizzare.