«Non siamo più allepoca fascista, o nel dopoguerra. Dovremmo smettere di pensare alle demolizioni come un momento eccezionale, soltanto simbolico, e iniziare a considerarle come un dinamica normale nella vita di un edificio. Limportante è che anche le demolizioni siano accompagnate da un progetto». È un punto di vista tutto sommato coraggioso quello di Laura Thermes, architetto e docente dellUniversità degli studi Mediterranea di Reggio Calabria. Non è semplice dire che le demolizioni dovrebbero essere una cosa normale, almeno in un paese in cui labusivismo continua a proliferare a ritmi dà anni settanta. Dove, secondo Legambiente (rapporto annuale Mare Monstrum, luglio 2007) laumento di cemento illegale nelle aree demaniali ha toccato il più 33,5 per cento. Dove, nel 2006 si sono registrate 2,6 infrazioni per chilometro di costa. Di chi è la responsabilità dei degrado dei paesaggio italiano? Dipende dagli ambiti. In generale comunque è prevalso un modello dellabitare piccolo borghese. Si è pensato che noi disponessimo di un territorio sterminato come i paesi del nord America. Insomma, le persone meno preparate hanno costruito male, ma ci sono anche intellettuali che hanno contribuito a diffondere miti pericolosi, a fare inni alla città diffusa. Al desiderio della casa individuale. Penso alla scuola di Venezia, a Stefano Boeri. A Bernardo Sechi. Ma anche forse alla scuola di Pescara. Ma non tutto oggi è negativo. Anche in Italia, dopo lintroduzione della Convenzione europea del paesaggio, è maturata una sensibilità già presente nel resto del continente. Oggi siamo consapevoli che il paesaggio è un bene culturale. Questo è stato un enorme passo avanti, ma talvolta rischia di portarci allestremo opposto, ossia allidea di paesaggio-parco. Quando invece il paesaggio nasce come luogo della produzione e deve tornare a essere produttivo. Il sistema di gradoni per le coltivazioni delle viti a Bagnara Calabra, per esempio, oggi possiamo dire che è bellissimo. Ma o lì si reimpiantano le viti, oppure non ha senso considerarlo un monumento. Insomma, il territorio deve conservare il valore strutturale di risposta ai bisogni primari, perché altrimenti, anche se è diventato paesaggio, non può mantenersi. Chi deve porre rimedio? Il problema non è se sia compito degli architetti, dei paesaggisti o degli urbanisti, ma di forma. Che il ciglio del marciapiede lo disegni un geometra o un architetto non è importante. Quello che conta è che ci sia una forma condivisa di qualità. Anche se ognuno può dire "questa cosa è bellissima" o meno. Altrimenti la qualità è garantita soltanto dai grandi nomi di fama internazionale, che in teoria ti pongono al riparo da qualsiasi polemica. Ma non possiamo pensare che tutte le nostre città siano costruite da questi venti-trenta grandi nomi. La città è costruita, come il territorio è modificato, attraverso una pratica quotidiana basata su una qualità condivisa. Questo vale per i campi coltivati, come per le città. Le nostre città però non sembrano un modello da imitare, al contrario di Londra per esempio... La struttura delle grandi città europee è una struttura da città capitale. I nostri centri storici, Roma inclusa, hanno invece una struttura che non possono reggere certe funzioni della vita urbana. Quindi noi possiamo decidere se riedificare gli spazi che si recuperano attraverso le demolizioni, cosa per me legittima in alcuni casi, oppure recuperare aree per spazi verdi. Ma certo, non possiamo mettere nelle nostre città compatte, storiche, certe funzioni della modernità che prevedono grandi afflussi. Poi cè unaltra cosa da dire. Gli spazi che si recuperano allinterno delle città spesso vengono interpretati come risorse per il verde. Ecco, non sempre questa è una buona politica. In alcuni casi questi vuoti vanno a costituire dei momenti di discontinuità nel tessuto urbano che pur essendo dei polmoni di verde, annullano certi valori. Anche sulle demolizioni, poi bisogna stare attenti. In che senso? Io insegno in Calabria, e proprio quest'estate abbiamo fatto un laboratorio sul caso dellecomostro di Copanello, l'"alveare" degli anni 70 costruito a due passi dalle Vasche di Cicerone e dalla tomba di Cassiodoro... La demolizione è stata fatta per dare un segnale di grande valore simbolico, ma senza un progetto. Il risultato qual è stato? Che hanno cominciato a demolire quesf edificio che a gradoni si aggrappava al costone per dieci piani, senza rendersi conto che arrivati a una certa altezza cera una strada. È dietro la strada, un edificio - non abusivo - altrettanto alto. Quindi il problema dal mare non si è risolto... ecco limportanza di un progetto in cui si capivano prima le relazioni che si potevano stabilire. Certo in un paese come il nostro dove già è un miracolo se si demolisce qualcosa, suona quantomeno strano criticare le demolizioni... non si rischia di fare il gioco di chi non vuole toccare nulla? Non intendo criticare le demolizioni, tuttaltro. Però dico che vanno viste non solo come momento di valore politico, simbolico, catartico, pensiamo agli sventramenti del periodo fascista, alle demolizioni post belliche, ma come una cosa normalissima, che rientra nella fisiologia dei manufatti edilizi che esauriscono il loro ciclo e possono essere sostituiti da altri. Mediante una dinamica che sia controllata attraverso un vero progetto di restauro del paesaggio, urbano o meno. Questo vale sia per i centri urbani che per le costruzioni abusive. È così che funziona in tutti i paesi normali. (5 -fine. Le precedenti puntate sono state pubblicate il 21 e 27 dicembre, l11 e 16 gennaio).
Demolire si, ma con un progetto
Laura Thermes, architetto e docente, sostiene che le demolizioni dovrebbero essere una cosa normale nella vita di un edificio, e non solo un momento eccezionale simbolico. Secondo lei, il problema non è se sia compito degli architetti, dei paesaggisti o degli urbanisti, ma di una forma condivisa di qualità. Le demolizioni dovrebbero essere accompagnate da un progetto di restauro del paesaggio, urbano o meno. Questo vale sia per i centri urbani che per le costruzioni abusive. Thermes critica le demolizioni senza progetto, che possono portare a problemi come la creazione di vuoti nel tessuto urbano e l'annullamento di certi valori.
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