La stele di Axum sta per scomparire da Roma e a primavera dovrebbe tornare in Etiopia. Il partito degli «antirestituzionisti» ritiene l'operazione un errore, una forzatura, quasi una forma di debolezza da parte italiana. E se invece si trattasse esattamente del contrario? Se cioè il ritorno ad Axum della stele regale rappresentasse un atto di forza morale e di rigore politico di un Paese che, indipendentemente dalle maggioranze di governo, rispetta gli accordi intemazionali che sottoscrive? Il governo presieduto da Silvio Berlusconi chiude un lungo capitolo cominciato nel 1947, proseguito durante l'intera Prima Repubblica fino all'ultimo e definitivo accordo Italia-Etiopia nel 1997, sottoscritto dall'allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro. Difficile immaginare due uomini di Stato più lontani di Berlusconi e Scalfaro: ma un Paese che si rispetti non modifica la propria posizione sugli accordi internazionali a ogni ricambio di esecutivo. È un'ovvietà, d'accordo, ma forse è bene ricordarla per Axum. Con buona pace di Amedeo di Savoia Aosta che propone il ricordo personale di un Haile Selassie che regala all'Italia la stele. Memoria certamente autentica ma che sul piano diplomatico e fattuale ha un valore nullo. Vale la pena, affidandosi invéce ai fatti, riepilogare gli impegni italiani. Finita la guerra, Italia ed Etiopia siglano un accordo di pace sotto l'egida delle Nazioni Unite il 15 settembre 1947 e l'Italia promette di restituire entro diciotto mesi tutti i bottini di guerra sottratti all'Etiopia dopo l'occupazione del 1935. Della lista fa parte la stele di Axum perché l'Etiopia lo definisce (e lo fa tuttora) «un saccheggio». Qualcuno, ora, sostiene la tesi del regalo del clero axumita al popolo italiano. Bisognerebbe chiedersi con quale margine di libertà abbia potuto sottoscrivere un simile dono il clero di un Paese occupato e che due mesi dopo il trasloco a Roma della stele (marzo 1937) avrebbe subito il tragico sterminio di 1600 monaci nella città santa di Debre Libanos. Un massacro diretto nel maggio 1937 dal generale Pietro Maletti dopo l'attentato del 19 febbraio al viceré Rodolfo Graziani ad Addis Abeba. I fatti sono noti, li ha raccontati nel dettaglio lo storico Angelo Del Boca: si pensò che gli attentatori fossero chierici di Debre Libanos e Graziani decise una rappresaglia contro la più inerme e disarmata delle popolazioni. La verità oggettiva è che fu Mussolini in persona a volere un segno visibile della sottomissione dell'Etiopia a Roma in occasione del 15 anniversario della marcia su Roma e della fondazione dell'impero. Non per niente l'operazione del trasporto fu affidata a Ugo Monneret de Villard, grande archeologo e accademico d'Italia, e coordinata dal ministro dell'Africa italiana Alessandro Lessona. Dono o non dono e che ci piaccia o no, dopo il 1947 l'Italia ha un impegno con l'Onu e con l'Etiopia. Altri capitoli: secondo accordo formale nel 1956, terzo vertice a due nel 1995, infine nel 1997 visita di Scalfaro ad Addis Abeba che reitera con una firma l'intesa. Questa è la sequenza di fatti oggettivi che nessuno può smentire. Infatti il governo Berlusconi non si è nemmeno sognato di farlo. Sa bene (come lo sa chiunque conosca un po' l'Etiopia e il complesso rapporto che lega quel Paese all'Italia) che l'attesa è immensa. L'attuale primo .ministro, Meles Zenawi, ha fatto del caso Axum un cavallo di battaglia personale. L'intero parlamento ha sottoscritto tempo fa l'ennesima richiesta di rimpatrio della stele. Il patriarca della chiesa etiopica, Abuna Paulos V, ha persino chiesto la mediazione di Giovanni Paolo II per chiudere la vicenda. Per intuire il clima di attesa in Etiopia, basterebbe rileggere ciò che disse al Corriere della Sera, nel luglio 2001, l'allora ministro della Cultura Wolde-Michael Chemo ai tempi delle infuocate dichiarazioni di Vittorio Sgarbi contro la restituzione: «Se l'obelisco rimanesse a Roma sarebbe una vergogna per il saccheggiatore e un insulto per il saccheggiato. Quella presenza ricorderebbe ancora i misfatti compiuti qui dal regime fascista. Incentiverebbe l'animosità tra i popoli. Minerebbe la nozione di perdono e il desiderio di dimenticare». Nei giorni delle polemiche sgarbiane, si mosse pure l'Unesco. Ecco perché l'Italia che restituisce la stele all'Etiopia è un Paese in questo caso forte e non rinunciatario. Perché non è in balia delle polemiche del momento ma rispetta oggi con lealtà accordi liberamente sottoscritti in altri tempi e da altri uomini di Stato.