Estate 2004: Uffìzi, Cenacolo Vinciano, Capodimonte, chiavi in mano ai privati, con i Sovrintendenti relegati al ruolo di censori. Il ministro Giuliano Urbani esce dall'ambiguità e dà l'annuncio in un'intervista al Sole-24 ore allarmante, oltreché sconcertante (ma qui, sullo sconcerto, trattandosi di Urbani siamo nella norma). Dunque, il titolare dei Beni Culturali parla all'indomani del varo del decretone allegato alla Finanziaria con cui Tremonti gli ha scippato la ragione sociale del suo ministero: il nostro patrimonio storico-artistico-culturale, diventato lì una voce di cassa e per la cui alienabilità d'ora in poi varrà il principio del silenzio-assenso (se entro 120 giorni complessivi le Sovrintendenze non saranno in grado di produrre un «no» scientificamente motivato, il bene, quale che sia, potrà essere venduto dallo Stato). Ma Urbani si dice soddisfatto e sollevato. Come fa? Rovescia la frittata: dice di non avere mai avuto obiezioni al principio del silenzio-assenso (falso, in ottobre dichiarò: «crea complicanze grottesche e va eliminato»), considera ormai definitivamente i 120 giorni, rispetto ai 30 previsti in prima formulazione, «un'utile via d'uscita», continua a parlare dell'apposizione di un vincolo, ciò che le Sovrintendenze dovranno fare in quei quattro mesi, come se si trattasse di alzare il telefono e dire «no, quel palazzo non si vende», introduce una dizione che non esiste nella legislazione, quella di beni di «minimo valore artistico», insomma la paccottiglia della quale lo Stato farà bene a liberarsi, per tenersi solo i gioielli veri. E s'innalza da solo un monumento, quello al «primo ministro dei Beni Culturali» che, dal 1938, abbia avviato l'attuazione di un censimento del nostro patrimonio: peccato che la catalogazione sia da sempre compito classico, delle sovrintendenze, e che lui sia piuttosto il ministro che queste strozza, accettando quel limite dei quattro mesi oltre i quali esse abdicheranno in favore del ministero dell'Economia. Tanto per non smentirsi, butta lì poi uno strafalcione: definisce Palazzo Ducale «museo statale», mentre il tesoro veneziano è di proprietà comunale. E sul finale getta la vera bomba: spiega che nel nuovo Codice dei beni culturali («attualmente all'esame delle commissioni parlamentari» dice: no, è un Ufo che da più di un anno gira tra ministero e Consiglio dei ministri), che deve essere approvato entro il 31 gennaio, è previsto che senza regolamenti (e senza appalti), con semplice decreto ministeriale, sarà possibile concedere ai privati il «global service» - l'intera gestione e valorizzazione - dei musei statali. Ai sovrintendenti resterà insomma il compito di protestare e intervenire se quel Raffaello, quell'Antonello da Messina, vengono maltrattati. Poi, gli esempi: Uffìzi, Cenacolo, Capodimonte. Certo, perché i musei piccoli, che non rendono, ai privati non fanno gola. Ma è possibile bloccare la coppia ministeriale, Tremonti-Urbani, più pericolosa che l'Italia, in quanto Bel Paese, abbia avuto nella sua storia? L'altro giorno Ulivo e Rifondazionc hanno illustrato l'emendamento alla Finanziaria sul quale cercheranno una maggioranza che consenta, per quella via, di depotenziare l'articolo 27 del decretone. E ora ci provano i Ds da soli con una proposta di legge depositata alla Camera, prima firmataria Franca Chiaromon-te. Titolo «Norme per l'attuazione dell'articolo 117 della Costituzione in materia di beni culturali e paesaggistici». Dunque, è una proposta la cui ragion d'essere è nell'esigenza di adeguare la legislazione in materia di tutela, valorizzazione e gestione dei beni culturali e, conseguentemente, la struttura organizzativa del relativo ministero, alla recente riforma del titolo V della Costituzione. Però va oltre, perché risancisce il principio che il nostro patrimonio è assolutamente inalienabile, salvo un'individuazione dei beni vendibili da farsi unità per unità (cioè il contrario di quanto stabilisce Tremonti). Ergo, prevede l'abolizione di Patrimonio s.p.a. e il richiamo al codice civile e al cosiddetto Regolamento Melandri è, quest'ultimo, quello che Urbani, nonostante le promesse, in questi due anni è riuscito ad abrogare di fatto. Gli altri punti-chiave: l'autonomia forte delle Sovrintendenze, anche in termini di bilancio, in nome di un ruolo dei tecnici svilito in questi due anni; i meccanismi di concertazione tra Stato, Regioni ed Enti Locali: si favorisce, sì, l'autonomia, ma imponendo dei livelli standard, nella formazione delle competenze come, mettiamo, nell'idea stessa di museo; quanto al ministero, si ripristinano cinque direzioni, a fronte delle tre previste dalla riforma Urbani attualmente in discussione a Montecitorio (ma qui la notizia è piuttosto che in Commissione Cultura il ministro è stato bocciato dalla sua stessa Forza Italia, che va a votare per il ripristino della direzione Archivi e Biblioteche incongruamente soppressa su spinta di Tremonti). Martedì la proposta di legge verrà illustrata nel corso del convegno sul «Patrimonio da salvare» dei senatori Ds, che si svolgerà a Roma, dalle 9,30 alle 16, alla sala dei Papi di palazzo Altemps.