Non c'è più il limbo dei neonati morti senza battesimo e senza identità. È sparito da tempo dalla coscienza della gente e dai cimiteri di paese, e anche da Roma (ultima, al solito) sono state dichiarate infondate le ragioni teologiche che lo avevano fatto immaginare. L'idea di uno spazio, tuttavia, nel quale tenere confinato l'incompiuto, l'indefinito e l'inconsistente non era male, ed è forse per questo che resistono tanti altri limbi, duri e solidi. Ne conosco uno nel Friuli Venezia Giulia che non sembra temere rischi di smantellamento. Vi stanno, senza speranza né di salvezza né di dannazione, decine e decine di musei sparsi nel territorio. La loro condizione di sospensione eterna è prova di quanto spesso siano vuoti tanti discorsi pomposi intorno alle identità e alle specificità culturali. L'ultima indagine della SIMBDEA (la Società italiana per la museografia e i beni demoetnoantropologici) ne conta un'ottantina nella nostra regione, sul migliaio e più censiti per difetto in Italia. Sono istituzioni grandi e piccole che per comodità raggruppiamo sotto l'etichetta generica di "musei etnografici". Diversi per storia, forma, modi di realizzare il rapporto con la comunità locale, garantiscono una varietà che già di per sé rappresenta un valore degno della massima attenzione. Li accomuna il fatto di costituire un tessuto capillare in crescita; sono nati dal basso e dal basso vengono investiti di una funzione di memoria auto-riflessiva, in termini comunitari, degna del massimo rispetto. Qualcuno si chiede se siano veramente dei musei; in molti casi anch'io trovo legittimo il dubbio, ma è certo che musei a pieno titolo dovrebbero essere e tali dovrebbero essere aiutati a diventare. Un'ulteriore prova che invece stanno nel limbo? Il 29 gennaio prossimo si celebrerà la "Giornata regionale dei musei". Organizzato dall'Assessorato istruzione cultura sport e pace (Direzione centrale e Centro di catalogazione) si terrà a Villa Manin un convegno dedicato alle "Prospettive per lo sviluppo del sistema museale del FVG". Nel pomeriggio verrà discussa la proposta già depositata della legge regionale n. 150 intitolata "Sviluppo del sistema dei musei e delle reti museali del FVG". Tavola rotonda nutrita: 6 consiglieri regionali e 17 noti e qualificati operatori del settore, al livello più alto. Tanti; ma neppure uno che appartenga o rappresenti il variegato mondo dei musei etnografici. Per quel che so (mi piacerebbe essere smentito) la condanna al limbo continuerà anche all'interno del contesto del progettato Istituto regionale per il patrimonio culturale. Ma può essere pensato un patrimonio culturale regionale che non preveda i beni di carattere antropologico? Purtroppo succede, anche nel 2008, dichiarato "Anno del dialogo interculturale".Si discute ovunque - meno che da noi, immemori della vivacità culturale del dopoterremoto - sul senso che ha il germinare di piccole realtà museali, sui bisogni di memoria e di identità che rivelano, sulla loro possibilità di garantire occasioni di comparazione interculturale, sui problemi e sulle opportunità che pone la "musealizzazione della frustrazione" che investe fabbriche abbandonate, ville in decadenza, mulini dimessi, malghe inselvatichite, latterie e scuole chiuse e quant'altro. Si tratta di un processo che chiede di essere compreso e di una vitalità che ha bisogno di strumenti per reggere e tenere una rotta; è una realtà fragile che esigerebbe l'inserimento in un piano coerente di politica culturale: ha bisogno di professionalità, deve fare un salto qualitativo, viene soffocata dal privilegio che e politiche identitarie accordano alla lingua rispetto alla cultura. Non è accettabile la divaricazione che si è venuta creando e approfondendo: pochi musei, da un lato, che possono contare su figure professionali (e sono i musei storico-artistici, archeologici , naturalistici: musei tutti urbani, in una regione che ha invece come fondamentale carattere storico-antropologico proprio la mancanza di città, fino in tempi recenti, e che ha plasmato la propria anima grazie alla varietà e ricchezza di periferie); dall'altro i tanti musei e pre-musei che restano condannati al dilettantismo, al localismo, all'inseguimento dell'assessore e del consigliere provinciale o regionale di riferimento per la questua indecorosa del minimo mai sufficiente, impediti a sviluppare ricerca, inseriti talvolta d'autorità in reti museali che hanno la sola mirabolante virtù del reggersi senza nodi.Per quel che vale, allora: chi tiene nel limbo questo mondo museale piccolo, diffuso, radicato, vulnerabile, vivace e vitale e non lo aiuta a crescere, merita l'inferno.