Caro Marco, ti ringrazio di avermi segnalato larticolo pubblicato il 27 novembre dal quotidiano «La Repubblica»: «Chi salverà il paesaggio». Lautore, Salvatore Settis, direttore della Scuola Normale Superiore di Pisa, docente di Storia dellarte e dellarcheologia classica nonché direttore del Laboratorio interdisciplinare per la Ricerca, progettazione e gestione del Patrimonio culturale, fa in esso il punto sulle ragioni per cui si continua a distruggere lambiente. II, sottotitolo precisa ulteriormente il tema: «La lunga guerra fra Stato e Regioni» e anticipa le argomentazioni dello studioso. E cioè che lintrico delle norme non solo non chiarisce se ambiente e territorio siano la stessa cosa, ma addirittura favorisce le aggressioni selvagge al paesaggio. Non ti ripeto il fare e disfare di leggi che anche tu hai letto nella ricostruzione di Settis. Mi piace però ricordare che la prima norma sul paesaggio fu presentata nel 1920 da Benedetto Croce, ministro della Pubblica Istruzione nellultimo governo Giolitti. Croce invocò, nella relazione, «un argine alle devastazioni contro le caratteristiche più note e più amate del nostro suolo» perché la necessità di «difendere e mettere in valore le maggiori bellezze dItalia, naturali e artistiche», risponde ad «alte ragioni morali e non meno importanti ragioni di pubblica economia». Mi chiedo con quali parole Benedetto Croce auspicherebbe oggi una legge decisamente severa per salvare il salvabile. Mi sembra che nella confusione e nel groviglio di competenze ci sguazzino gli speculatori e i sindaci che li affiancano. Un amico, degno di fede, mi ha raccontato che ai primi di dicembre cè stato addirittura lincontro conviviale in una trattoria fra due sindaci, due progettisti e uno speculatore ben noto. E mi ha posto la domanda: secondo te, di che cosa hanno parlato a tavola? Il potere conferito ai Comuni consentirebbe, in questo momento di grande confusione legislativa, di tutelare la superstite bellezza del paesaggio. Mi sembra, invece, che molti sindaci pensino solo a incrementare il giro daffari - e non solo per incassare oneri durbanizzazione, spesso destinati a opere superflue - piuttosto che salvaguardare un bene primario per tutti, il paesaggio. In sostanza si comportano come fossero padroni del territorio, incuranti di tutte le voci contrarie alledilizia speculativa che si levano sempre più, attraverso associazioni spontanee, per difendere la superstite bellezza, ragione di vita non solo economica. Mi sono più volte posto la domanda se molti sindaci che conosco di persona, e reputo intelligenti, si rendano effettivamente conto del danno che stanno provocando alle loro comunità. E penso a un problema che riguarda tutti i residenti: quello dellacqua. Alle risorse idriche naturali sempre più scarse corrisponde, infatti, un folle incremento di cubature residenziali (Salò è un buon esempio). Come si provvederà ad alimentare tutti i rubinetti? Attingendo sempre più acqua dal lago? Il problema del varo di leggi inequivocabili si fa sempre più urgente. Commenta il prof. Salvatore Settis: «E ora di tornare a unalta consapevolezza della dimensione storica, etica e civile della tutela del patrimonio culturale e del paesaggio, che larticolo 9 della Costituzione ha fissato con lungimiranza». E ancora: «E ora di ricordarsi, secondo una sentenza della Corte Costituzionale (3411996) "che il paesaggio costituisce, nel nostro sistema costituzionale, un valore etico-culturale (...) nella cui realizzazione sono impegnate tutte le pubbliche amministrazioni"». A cominciare, ovviamente, da quelle locali. Speriamo che il ministro Rutelli riesca quanto prima a far approvare la modifica del Codice dei Beni Culturali, secondo rigorosi principi di tutela e di pianificazione. E a introdurre il reato di frode paesaggistica. Sarebbe lunico deterrente per alcuni sindaci che si reputano padroni dellambiente con licenza di costruire sempre e ovunque.