In Europa nellultimo decennio è nata la Economia della cultura che ha conquistato spazi importanti per la formazione qualificata -------------------------------------------------------------------------------- Con lintervento pubblicato su «Repubblica» Paolo Lingua ha avuto il merito di interrogare gli amministratori locali sullattuale stato della cultura a Genova, e di aver sollevato, almeno su di un tema, un dibattito politico negli ultimi mesi a Genova un po asfitticamente concentrato sulle nomine e non sulle strategie. In attesa che gli stessi comunichino non tanto a Lingua quanto alla città intenzioni e progetti, mi permetto timidamente di offrire un modestissimo contributo, tentando però di spostare di un pochino lorizzonte della discussione, perché, secondo me, non si tratta più di scegliere tra quella o questa opzione culturale, ma di ridefinire proprio il ruolo del "pubblico" nelle politiche culturali. In Europa e nel mondo è nata in questo decennio, infatti, la consapevolezza, sempre più circostanziata da scelte, analisi, e risultati contabili, che la Cultura può e deve essere, soprattutto, un nuovo prodotto industriale. È nata una disciplina vera e propria, lEconomia della Cultura, che ha giustamente conquistato spazi importanti nella formazione altamente qualificata, non a caso ad essa ed al management dei beni culturali la Università Bocconi ha dedicato un Master ed altre università, purtroppo non quella genovese se si eccettua una esperienza di Perform, corsi equivalenti. LEuropa ha sposato leconomia della cultura fin dalla strategia di Lisbona, e proprio nel documento "Economia della Cultura", commissionato dalla Commissione Europea ad un gruppo di istituti specializzati, e redatto nellautunno del 2006, vengono citati i seguenti dati eclatanti: il settore ha mobilitato 654 miliardi di euro nel 2003; ha contribuito nello stesso anno al 2,6 del PIL europeo, con una crescita relativa del 19,7 dal 1999, aliquota sensibilmente maggiore che per qualsiasi altro settore economico, ed ha registrato 5,8 milioni di addetti, pari al 3,1 della popolazione occupata dellEuropa. Se non ce ne fosse abbastanza per riflettere, sono pronti finalmente anche dati tutti italiani. Faccio riferimento agli esiti dello studio dellIstituto Regionale di Ricerca della Lombardia che in collaborazione proprio con la Università Bocconi di Milano ha misurato le ricadute economiche sul territorio di due eventi culturali scelti come casi di studio: il Festivaletteratura di Mantova ed la mostra "Gauguin - Van Gogh, lavventura del colore nuovo" del Circuito Grandi Mostre di Brescia. Senza dilungarsi sullo straordinario valore metodologico della ricerca stessa, mi limito a riportare i dati più significativi: per il Festivaletteratura a fronte di un investimento di 1,4 milioni di euro si misura un ritorno generale, tra introiti diretti ed indiretti, di 14.441.520 ed un incremento occupazionale pari a 104 unità. La mostra bresciana sui due impressionisti ha generato un impatto economico di 75.746.760 a fronte di un investimento iniziale di 7-8 milioni di euro ed ha generato 588 nuove unità lavorative di cui 98 direttamente coinvolte nelle iniziative espositive. Avete letto bene: in entrambi i casi il giro di affari prodotto è stato pari a 10 (dieci!) volte linvestimento fatto. Dati come quelli di sopra si ottengono se la cultura viene davvero pensata come un prodotto "industriale". Questo deve portare a forzare alcune mentalità figlie di un retaggio antico. La cultura gratuita e diffusa in mille rivoli sul territorio non permette quei risultati. Ci vogliono business plane, break-even e le capacità manageriali conseguenti; specifiche professionalità, capaci di riconoscere e investire in tutti gli elementi della filiera, che vanno dalla tutela al marketing (che non è quello turistico), dalle tecnologie della divulgazione al merchandising, dalla mobilità dei fruitori alla loro accoglienza, qui sì a contatto col "cugino" turismo, e finendo nella fruizione, magari tecnologicamente avanzata, che è il vero core-business del settore. Ovviamente, come tutte le industrie che si rispettino, anche quella della cultura, per nascere e crescere, ha bisogno di investimenti pubblici, ma che per produrre risultati a questa prospettiva innovativa si devono rivolgere. Poi, create le condizioni "infrastrutturali", toccherà ai privati, che non mancano, crederci ed investire. Forse non avremo più i dieci rock festival in dieci quartieri con dieci band e dieci ascoltatori, ma produzione di ricchezza e una industria nuova e "pulita". Può non piacere, but its Economy, darling Consulente per le politiche di sviluppo della Piccola e Media Impresa
LIGURIA - Cambiare mentalità per investimenti mirati
In Europa, l'economia della cultura è nata e ha conquistato spazi importanti nella formazione qualificata. Secondo un'intervista a Paolo Lingua, gli amministratori locali di Genova non hanno ancora chiarito le loro intenzioni e progetti per la cultura. L'autore propone di ridefinire il ruolo del "pubblico" nelle politiche culturali. L'economia della cultura è stata promossa dalla Commissione Europea con la strategia di Lisbona e ha registrato dati eclatanti, come il settore che ha mobilitato 654 miliardi di euro nel 2003 e ha contribuito al 2,6% del PIL europeo.
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