Andandosene da Como sono davvero pochi coloro che non portano con sé fra le foto più belle, quelle scattate con gli occhi, un'immagine di Villa Olmo. La vecchia nobildonna sa come affascinare il turista intrappolandolo nella magia delle sue segrete armonie, degli sfondi verde e blu del parco e del lago, della sua eleganza rigorosa. E perfino quando alle pareti pendono capolavori di Picasso o di Mirò un'occhiata scivola inevitabilmente sui soffitti o sulle colonne o sugli stucchi delle sale. Come tutte le vecchie nobildonne, Villa Olmo si sottopone a periodici e costosi maquillage per cancellare le rughe del tempo. Una volta tocca alla facciata, un'altra all'impianto elettrico, e così via. All'apparenza i risultati sono ottimi, ma resta sempre qualcos'altro da fare, qualcos'altro da sistemare, da aggiustare, da restaurare. Non stupisce quindi che una rapida incursione dietro il paravento possa portare alla scoperta che dietro ai gioielli degli ambienti utilizzati si nasconde il ripostiglio delle scope dell'ultimo piano. Che non è un solaio, ma in prativa viene sfruttato come tale. Non stupisce, ma amareggia. E' da tempo che i comaschi hanno capito che Villa Olmo, così come oggi viene usata, è un patrimonio dal quale si ricava un reddito modesto. Bene le grandi mostre, bene il Centro Volta che portano vita e gente fra le vecchie mura, ma il resto - improprio ripostiglio o solaio compreso?. La verità è che da tanto, troppo tempo, si aspetta per Villa Olmo un disegno organico di gestione, di utilizzazione e di valorizzazione. Certo, per queste cose occorrono soldi, ma - una volta tanto - sarebbero soldi investiti, non sprecati.