C'è in Sardegna un monumento eccezionale, unico, nei pressi di Sassari: Monte d'Accoddi, nato ai principi del terzo millennio a.C. per le aspettative religiose di vaste comunità agricole. Singolarmente e indiscutibilmente vicino al modello della ziqqurat sumerica, luogo alto dove, ricordano le fonti orientali, 'per la prima volta scese dal cielo la regalità'. Nel febbraio del 2001 a Sassari, in un convegno con Giovanni Lilliu tenutosi nell'Aula Magna dell'Università e promosso dalla sezione sassarese del Club Unesco (di cui allora facevo parte), guidata da Paolo Fois, fu per la prima volta lanciata l'idea di proporre l'inserimento dello straordinario monumento sacro nella 'Lista Mondiale'. Sette anni dopo, se non può modificarsi la valutazione sul monumento, le criticità allora individuate (Giovanni Lilliu espresse un sincero e appassionato disagio sul bassissimo numero dei visitatori), compreso il discutibile restauro che rende per certi versi il monumento ancora più difficile, non sono certo venute meno. E, provando conforto per la rinnovata attenzione, restano aperti seri e profondi problemi di valorizzazione: crisi continue nella gestione, aperture dell'area a singhiozzo, un sentiero che, dal parcheggio al monumento, ha margini amplissimi di miglioramento, una generale sciatteria nella immagine complessiva del luogo. In più, da qualche mese, la grave riduzione dell'impegno dello Stato nel campo della tutela con l'accorpamento in unico ufficio delle due soprintendenze archeologiche sarde. In questi sette anni, aumentata l'archeologia-spettacolo e il fascino mediatico dell'UNESCO, c'è moltissimo da lavorare in azioni immediate più che in attese liberatorie di un riconoscimento che, a giudicare dai criteri di selezione e dalle Operational Guidelines for the Implementation of the World Heritage Convention, richiederà precisi impegni e pretenderà attenti monitoraggi. Sogniamo ad occhi aperti le ricadute economiche del futuro, ma oggi? Se la candidatura vorrà avere un senso credibile dovrà essere confortata da azioni immediate e non secondarie, con la partecipazione, come è stato giustamente sottolineato, di tutto il territorio. Infine, destano preoccupazione ragionamenti, non espressi dai promotori, ma che circolano, in termini di sub-territorialità (siccome il capo di sotto ha un monumento UNESCO, ora tocca al Capo di Sopra) e con relative, per quanto virtuose, azioni lobbistiche isolate. Necessita un coordinamento più generale che non porti l'UNESCO, attenta alle tradizioni, piuttosto a riconoscere come tema unico e irripetibile il 'chentu concas chentu berrittas': nella 'tentative list' del Patrimonio Mondiale dell'Umanità (costituita non solo da monumenti ma anche da contesti naturalistici, territori, tradizioni), esistono altre candidature sarde almeno dal 2006, che sono l'Isola dell'Asinara, l'Arcipelago della Maddalena e le isole delle Bocche di Bonifacio, il Sulcis-Iglesiente. Devono, se condivise come credo e non rimosse, essere sostenute da tutti. Il problema UNESCO riguarda tutta la Sardegna in direzione, prima ancora che delle pur importanti ricadute economiche, di un aumento, oggi ancora più prezioso, della tutela dei luoghi.