L'autodefinizione, onestamente, non è un granché. E sotto l'etichetta «istituti culturali» (che celebrano a Firenze la loro VI conferenza nazionale) c'è di tutto. Punte di diamante della ricerca umanistica, exempla dell'innovazione, eredi degli enti-cultura dei partiti di massa, custodi di patrimoni preziosi ma anche un sottobosco di piccole clientele senza storia e senza futuro. Tutti accomunati, senza distinzioni, da qualche disattenzione di troppo (ieri a Firenze tutte le autorità locali invitate si sono fatte rappresentare per prevalenti impegni); tutti alle prese con le difficoltà di un Paese dove le fondazioni bancarie sono libere di creare una qualsivoglia politica culturale, purché in provincia, e dove il ministero dei Beni culturali ha il difficile compito di dividere una razione di becchime che, per quanto aumentata, non fa che pochi centimetri di Tav. La legge, invero, chiederebbe di far altro: imporrebbe di filtrare gli sportelli del consumo culturale e le eccellenze autocertificate per concentrare quella rete creativa e rigorosa di cultura che tiene insieme, pro quota, un Paese sfilacciato da sfilacciatori esperti. E, con alterne fortune, una amministrazione di provata serietà prova a farlo. Ma le difficoltà degli «istituti culturali» dicono qualcosa di grave: essi sono la repubblica delle lettere, un foyer dell'intelligenza, lo scrigno d'uno zelo che preserva patrimoni culturali di prima grandezza. Se non riescono a farsi stimare da imprese arretratissime davanti alla produzione di cultura, se non riescono a dare un valore oggettivo e discriminante a ciò che ciascuno di essi fa, perché stupirsi del bradisismo culturale di cui la vita politica è il sensore ma che ha altrove il suo epicentro?