«Sarebbe davvero una gran cosa se l'Unesco accogliesse la richiesta d'iscrizione nel patrimonio culturale mondiale dell'area bradisismica di Pozzuoli e dei Campi Flegrei». Parola di Maria Luisa Nava, la Soprintendente archeologa di Napoli e Caserta che nel Castello di Baia ha presieduto i lavori del convegno «Ambiente marino, tutela, protezione e valorizzazione nelle aree marine protette, una gestione efficace ed efficiente». Un workshop di due giorni a cui erano presenti, oltre al presidente nazionale di Federparchi, Matteo Fusilli, l'assessore provinciale ai Parchi ed aree protette, Francesco Borrelli, Francesco Escalona, del Parco dei Campi Flegrei, Elisabetta Duanelli, esperta in comunicazione dell'Università di Tor Vergata; quindi, studiosi, funzionari e responsabili di territori che includono i parchi marini attivi lungo la penisola: da Tavolara a Portofino, da Alghero alle Cinque Terre, alle isole Tremiti, al parco marino del Plemmirio, a Baia, appunto. Elemento di discussione, tra gli altri, l'attenzione di chi opera nella gestione e nella protezione di questa particolare tipologia di giacimenti culturali alla salvaguardia non solo dal degrado naturale, prodotto dall'ambiente così speciale in cui si trova (correnti marine, salsedine, inquinamento), ma anche dai danni procurati dall'assalto dei predoni di oggetti antichi, da chi usa reti a strascico o con barche e battelli viola i limiti delle aree protette. La scelta di tenere il convegno in Campania è stata dettata dal bagaglio di esperienze acquisite in questi ultimi anni dalla Soprintendenza archeologica di Napoli nella tutela, nel recupero e nei progetti di valorizzazione dei beni sommersi del Parco sottomarino di Baia. «Il workshop - spiega la Soprintendente - ha puntato anche a un confronto tra le azioni messe in campo e che vanno della conoscenza alla valorizzazione del bene, ai programmi futuri, alla stesura di un protocollo didattico in grado di far conoscere e pubblicizzare il parco marino anche e sopratutto sul territorio di pertinenza». Ovvero e in buona sostanza, tra gli obiettivi fissati c'è anche quello di veicolare l'immagine dei tesori posseduti alla popolazione residente, perché partecipi alla salvaguardia del patrimonio. Se solo si pensa, difatti, ed è il caso delle aree di costa campana che vanno da Baia sino a Sorrento, al numero dei siti costieri di interesse archeo-culturale, allora si comprende quanto sia importante la conservazione e la valorizzazione di queste tipologie di beni. A Baia, ad esempio, il bilancio dell'ultimo anno di attività sui reperti sommersi della villa dei Pisoni da parte di Roberto Petriaggi e Barbara Davidde, docenti dell'Istituto Centrale del Restauro di Roma, ha consentito il recupero di trenta metri di muratura appartenuta al viridarium, un grande giardino sul quale si affacciavano numerosi ambienti di servizio, altri di soggiorno, quadriportici, criptoportici. Per gli interventi di restauro si sono messe in campo nuove tecnologie rivolte alla protezione della speciale fauna e flora marina (c'è una convenzione della Soprintendenza con la Stazione zoologica Arthur Dohrn) che sono divenute patrimonio di queste aree. Ancora, dal Gsa (gruppo subacqueo archeologico della Soprintendenza) sono stati attivati corsi a subacquei guide per gruppi turistici, con la voglia di immergersi per osservare da vicino i reperti, i mosaici, le statue nascoste dal mare, e corsi d'immersione per diversamente abili (tra questi, alcuni non vedenti) che in questo modo hanno potuto visitare il parco archeologico sommerso. «Insomma - sottolinea l'archeologa - Il nostro obiettivo è quello di proteggere e valorizzare un territorio unico per beni culturali e paesaggistici. Solo così, assieme al riconoscimento Unesco, potremo cambiare quest'area in uno dei primi circuiti turistico-culturali della Campania».