Rischia di essere demolito il restauro del teatro di Sagunto, in Spagna, a opera degli architetti Giorgio Grassi (milanese), docente al Politecnico di Milano, e Manuel Portaceli (valenciano). E la questione diventa un caso spinoso. Tanto controverso che la Generalitat Valenciana non riesce a prendere posizione sulla sentenza del Tribunal Supremo, che dispone entro 18 mesi di demolire le opere del restauro, pur se la Asociación Valenciana de Empresas de Teatro y Circo ha giudicato nei giorni scorsi un «regresso culturale» tale distruzione. Intellettuali spagnoli e italiani stanno portando avanti un manifesto contro la demolizione (manifiestoteatrosaguntgmail.com), che sperano possa far ragionare le autorità competenti. Esso recita che «durante secoli le rovine del teatro hanno subito modifiche di ogni sorta senza alcun rigore scientifico. Il restauro contemporaneo è stato fatto sulla base di esaustivi studi archeologici ed è stato approvato regolarmente; oggi figura in molte guide internazionali di architettura». La Saguntum romana fu distrutta dai Cartaginesi nel 214 a.C.; poi riconquistata da Scipione, che vi costruì il circo e il teatro, dandole autonomia politica ed economica. Sull'Acropoli, in cima alla città vecchia e sul fianco della collina, si trovano i resti della romanità. Il teatro utilizza la concavità del pendio per i 33 ordini di gradinate, capaci di ospitare 6 mila spettatori, con di fronte un memorabile scenario. La sua ricostruzione, famosa in tutto il mondo, è raffigurata su tanti libri di storia come esempio sapiente ed entusiasmante di corretta contaminazione tra manifatture moderne e forme antiche. La struttura, per come è stata accuratamente concepita, valorizza e rende vivi, attuali, i ruderi, ne consente una fruizione completa, come monumento in sé e come edificio per spettacoli all'aperto di opere classiche e moderne. In Italia siamo maestri e teorici del restauro, una disciplina di grande importanza e attualità, che, se ben applicata, può preservare il paesaggio e valorizzare la memoria della nostra civiltà. Grassi in particolare, con la sua influenza teorico-pratica e con questo progetto, ricostruzione analogica che mette in luce l'essenza del teatro, ha proposto un esercizio di architettura, in dissenso con quei criteri convenzionali del restauro, contrari a ogni manomissione. Ora, quella, che è una delle sue realizzazioni più significative e apprezzate, da tempo è sotto accusa. La questione, certo assai grave per i cultori della materia, significativa di una schizofrenia culturale imperante nella nostra società, esiziale per la comunità saguntina, che dall'opera riabilitata ha ricevuto un impulso per la propria notorietà e per il turismo, è nata circa nel 1995, come programma di contrapposizione ideologica e politica tra il Partido Popular e il Socialista. Il progetto è del 1985. Venne attentamente vagliato dalle autorità locali e nazionali, dagli organismi di tutela e in particolare approvato dall'Ispettore generale dei monumenti del ministero della cultura. Per questo la sentenza dei tribunali, confermata dalla Suprema corte, contiene l'equivoco dell'inammissibilità della causa e si basa su un'interpretazione ambigua di un aspetto storico, tecnico, scientifico. Un tribunale non è competente per determinazioni specialistiche, già dibattute ampiamente nelle sedi a loro proprie. Solo le autorità culturali, politiche e gli organismi delegati dalla società sono legittimati a decidere sulla sorte delle opere d'arte. La legge in Spagna non proibisce né la ricostruzione né la trasformazione dei monumenti, solo le mimetizzazioni, i falsi, non quanto viene fatto in analogia. Inoltre la legge proibisce di eliminare ciò che di nuovo è stato affiancato a un monumento, in epoche diverse dalle originali; così la realizzazione di Grassi e Portaceli, che pur appartiene a un periodo passato ed è testimonianza di un suo momento culturale, merita protezione: distruggerla è imprudente perché ormai forma un'unica entità fisica con i ruderi dell'antichità. Grassi ha giudicato il fatto un atto esclusivamente burocratico, una specie di masochistica e stupida vendetta; un voler screditare, senza altri argomenti se non quelli della demagogia più rozza e scontata, provinciale e localistica, al limite del ridicolo. Tenendo conto delle tantissime opere illegali che sopravvivono e che non vengono demolite, si dovrebbe trovare, tanto più per un'opera di questo valore, la misura per un giudizio sereno e non drasticamente definitivo.