COSTRUIRE OGGI A pochi giorni dal congresso veneto, il presidente berico fa il punto sulla situazione difficile in cui si ritrovano gli associati ARCHITETTI Giuseppe Pilla: «Qui non si può sperimentare. Tra vincoli e mancanza di dialogo con la soprintendenza non c'è innovazione» Lavorare nella città del Palladio? «Crea imbarazzo e difficoltà agli architetti contemporanei. È difficile fare esperienza in questo territorio, si opera in un contesto di forti vincoli imposti dagli enti locali e dalle soprintendenze». A parlare è Giuseppe Pilla, presidente della Federazione regionale degli ordini degli architetti, che a qualche giorno dall'appuntamento con il secondo Congresso regionale degli architetti del Veneto, riflette sul rapporto che il nuovo in architettura ha nei confronti della tradizione palladiana. «Sembra che la città del Palladio sia del Palladio e basta. Questo ha portato al succedersi in varie epoche di architetture non propriamente di pregio, tutte mal adeguate al contesto storico e culturale del nostro paesaggio». È così che il grande architetto cinquecentesco, da fonte inesauribile di ispirazione diventa presenza ingombrante quando si tratta di sperimentare. «Spesso le amministrazioni», prosegue Pilla, «preferiscono, nella scelta dei professionisti, quelli che provengono da fuori città, piuttosto che dare man forte ai nostri. È più facile giustificare l'operato di qualcuno da fuori, che di casa nostra. E questo gioca a nostro sfavore. Qui abbiamo territori in gran parte vincolati dal punto di vista paesaggistico e ambientale sia da parte degli enti locali sia da parte delle soprintendenze. Vincoli così forti che quello che ne esce dalla progettazione è di qualità pessima. Le soprintendenze privilegiano quello che noi chiamiamo la mimetizzazione, ovvero quegli interventi che sulla carta cercano di risultare in forma mimetica vicino ai grandi monumenti e che altro non sono che architetture di infima specie». Il tentativo di dare una scossa a certi atteggiamenti conservatori non è mancato: «A livello istituzionale il progetto Darch doveva agevolare la comprensione da parte delle soprintendenze delle nuove architetture proposte, ma da noi è rimasta lettera morta. La soprintendenza non è mai riuscita ad inserire architetture nuove nei nostri paesaggi, fatta eccezione per alcuni episodi nel Veneto orientale». E senza la possibilità di sperimentare e di fare esperienza, ogni novità ha il sapore del salto nel buio. «La nostra categoria non ha un riferimento preciso nel progettare questa architettura. È una grande fatica ogni volta. Nonostante, l'architettura contemporanea abbia la funzione di dare nuovi riferimenti e valorizzare il patrimonio storico che altrimenti andrebbe a morire». Quale la soluzione allora per superare le difficoltà? «Solo con un confronto paritetico con il soprintendente e dando una giusta valorizzazione ai nostri progettisti, riusciremo a superare questo gap di vincoli».Laura Pilastro