La notizia è di quelle che lasciano sbigottiti. Finito il decennale restauro, La Madonna del cardellino, il celebre dipinto di Raffaello, invece di tornare subito nella Galleria degli Uffizi (dove manca dal 1999), «volerà» a Roma, in una delle sale del Quirinale. L'indiscrezione è giunta da Roma, da dove è partita la richiesta di ospitare il capolavoro per alcuni mesi prima che rientrasse in galleria. L'evento sarà curato dall'associazione Civita di Roma, che da oltre 20 anni si occupa della tutela e della valorizzazione dei beni culturali e ambientali del nostro Paese e che nel 2009 parteciperà alla gara per la gestione dei servizi nei musei del Polo fiorentino. La «trasferta» romana dell'ennesimo capolavoro dei musei fiorentini, realizzato da Raffaello tra il 1506 e il 1507 per le nozze di Lorenzo Nasi, nasce da un accordo stretto tra la soprintendenza fiorentina e la Presidenza della Repubblica Italiana. Sempre secondo l'indiscrezione, presto sarà lo stesso Quirinale ad annunciare l'iniziativa che si terrà a metà settembre e si protrarrà per un mese o poco più con ingresso gratuito. Solo prima di Natale 2008, come già annunciato dalla soprintendente Acidini, il dipinto tornerà agli Uffizi: prima in mostra negli spazi di San Pier Scheraggio poi in Galleria. Anche se dalla direzione del museo fiorentino non trapela alcun commento, c'è da giurare che questo privilegio ai romani, francamente incomprensibile e poco gradito dagli storici dell'arte al corrente della notizia, sarà letto come l'ennesimo episodio della non regolarizzata politica dei prestiti dei capolavori e della considerazione dei musei fiorentini come una «cava» da cui trarre opere d'arte da spedire in giro per il mondo. Vicino o lontano poco importa. Infatti era più logico aspettarsi che un capolavoro del genere (al cui posto in galleria si trova una fotografia), dopo un restauro laborioso e delicato ma troppo lungo, venisse subito mostrato a Firenze in un contesto particolare. Non fosse altro che il recupero del dipinto è avvenuto nel laboratorio restauri dell'Opificio delle Pietre Dure di Firenze e che il vero spettacolo non sarà tanto Raffaello ma il restauro che per la prima volta ci farà vedere i «veri» colori della pittura cinquecentesca di Raffaello. Dal momento che il restauro si concluderà tra un mese o poco più, per Pasqua poteva essere esposto in qualche spazio particolare del museo, alle Reali Poste, dove annualmente si svolgono le esposizioni dei «Mai visti», o in San Pier Scheraggio, dove andrà prima di Natale. Invece è stato scelto il Quirinale come sede della «resurrezione » del dipinto, quasi che Firenze non si meritasse di celebrare per prima il ritorno dell'opera alla pubblica fruizione. Non solo: dal momento che dietro ogni mostra c'è una motivazione più o meno scientifica, non è subito comprensibile il legame filologico tra Roma e il dipinto citato anche da Vasari nelle Vite: «Aveva preso Raffaello amicizia grandissima con Lorenzo Nasi, il quale avendo tolto donna in que' giorni fecesi che Rafaello gli dipinse un quadro d'una Nostra Donna, per tenere in camera sua; nel quale fece aquella fra le gambe un puto, al quale un San Giovanni fanciulino egli ancora porge uno uccello con gran festa e giuoco de l'uno e de l'altro». DIECI ANNI DI ASSENZA Dal 1999 La Madonna del cardellino si trova nel laboratorio della Fortezza da Basso, «curato» dalla restauratrice Patrizia Riitano che ormai ha un rapporto strettissimo con quella pittura così emozionante. «Quando è arrivato in laboratorio - disse la restauratrice al Giornale della Toscana - il quadro non aveva particolari problemi strutturali. Tuttavia da anni si parlava del suo restauro e alla fine ci siamo arrivati». Comeappare ben visibile dalle fotografie che vennero scattate prima dell'intervento, la superficie del dipinto si presentava fortemente ingiallita e molti dei particolari erano andati perduti. In pratica era come se si stesse tentando di leggere un libro con un velo di tulle giallo sopra. E questo non era il solo problema. In seguito a uno smottamento, nel 1547, crollò il soffitto della sala dove l'opera era stata collocata e questa finì in 17 pezzi. I frammenti furono recuperati e il quadro venne subito restaurato: quello fu il primo di una serie interminabile di interventi che, inevitabilmente, hanno reso lento e difficile il recupero del capolavoro. Anche perché sotto le ridipinture - in molti casi secolari - i segni del danno, le fratture, le ammaccature, le fitte erano ben visibili. Così alla fine degli anni Novanta fu l'ex-soprintendente dell'Opificio delle Pietre Dure, Giorgio Bonsanti, ad affidare alla Riitano il delicato intervento su quello che lei stessa definisce «un santino con dei particolari meravigliosi». Seguita passo dopo passo dai suoi diretti superiori (Marco Ciatti e Cecilia Frosinini), dopo una campagna diagnostica altrettanto laboriosa, nel febbraio 2000 iniziò la pulitura del manto pittorico, cui ha fatto seguito la stuccatura di circa il 10 per cento della superficie e il ritocco pittorico (tuttora in atto) di almeno il doppio. Il lavoro meticoloso, al limite della pazienza, ha già regalato diverse sorprese, come la «scoperta» dell'estrema morbidezza delle pennellate di Raffaello, i «reali» colori del dipinto e la «comparsa» di alcuni particolari fino a ora invisibili, come gli steli di una pianta di viole. PERICOLOSO PRECEDENTE La spedizione de La Madonna del cardellino a Roma non troverebbe quindi giustificazioni valide e, aggiungiamo, costituisce un altro, pericoloso precedente. Nonostante da molto tempo si discuta sull'opportunità di far viaggiare le opere d'arte - si ricorderanno le recenti feroci polemiche sul prestito del Cristo morto di Mantegna e dell'Annunciazione di Leonardo da Vinci - c'è una sorta di vacatio legis che permette iniziative come quella di portare il capolavoro di Raffaello a Roma. E la critica, si badi bene, non è legata ad atteggiamenti di provincialismo sfrenato, bensì a due motivi reali: la prima è che il dipinto, come detto, filologicamente non ha alcun legame con la Capitale; secondo, con la trasferta romana si creerà un precedente in base al quale l'opera potrebbe continuare a viaggiare ben oltre i confini del Tevere. Se la legge fosse rispettata (Codice dei beni culturali e linee guida della Commissione prestiti), non solo l'opera non si muoverebbe da Firenze ma tutta la serie dei capolavori identitari di un museo sarebbero individuati e ad essi sarebbe impedito di lasciare il museo dove si trovano, se non per motivi di restauro.