«Gli acquedotti romani hanno potenzialità di attrattiva turistica pari a quelle di altri grandi monumenti a scala territoriale come le Piramidi d'Egitto: nonostante questo, molti di essi stanno scomparendo». Giuseppe Strappa, docente alla facoltà di Architettura «Valle Giulia» dell'università La Sapienza e membro del Consiglio direttivo dell'International Seminar on Urban Form (Isuf), introduce così uno dei temi principali del convegno «Progettare il paesaggio archeologico» che domani, a Castel Madama (Palazzo Orsini, ore 9.30) darà il via ai tre mesi di studio del primo «Workshop internazionale di progettazione sostenibile in area archeologica» della Sapienza. «Diciamo la verità, gli acquedotti si mantengono solo se c'è un risvolto turistico», continua Giuseppe Strappa. «Il problema è che il senso territoriale di questo grande segno nel paesaggio è illeggibile e deve esser comunicato in modo non banale». Rendendo così gli acquedotti visitatili? «Facendo di più: predisponendo parchi tematici nelle aree di più alta concentrazione, lungo l'Aniene ad esempio. Gli acquedotti di Castel Madama costituiscono tracce cospicue di questo importante patrimonio romano. L'impianto ingegneristico è stupefacente. E la parte interrata dell'acquedotto è la meno conosciuta: una struttura che entra nelle viscere della terra, le cui rovine potrebbero essere visitabili». Gli studenti del suo laboratorio e quelli della School of Architecture dell'University of Miami analizzeranno l'insieme territoriale degli acquedotti romani? «Non solo. Progetteranno la sistemazione dei Parchi archeologici e la riorganizzazione degli spazi urbani di Castel Madama, come piazza Dante, vero polo civile attualmente ridotto ad incrocio stradale. Quello di Castel Madama è un primo approccio per stabilire un rapporto col territorio: vorremmo operare insieme agli amministratori affinché la ricerca sia utile pure all'esterno. Il Convegno si occuperà anche di come architetti e archeologi possono intervenire sul patrimonio antico». In che senso? «Il vero problema è che la collaborazione tra archeologi e architetti è stata un po' dimenticata. Ognuno tende a seguire i propri specialismi: gli archeologi pensano all'area di scavo come a un laboratorio e gli architetti vedono il sito archeologico come occasione di progetto. Nel caso di interventi sul patrimonio antico il mancato rapporto tra le due professionalità può essere un pericolo».