Quindici giorni fa la lettera, ieri la telefonata, altrettanto lunga, pare, un filo più preoccupata perché il tempo, in questo caso, sembra giocare a sfavore dei ripensamenti. Dopo due settimane di silenzio pesantuccio il presidente della Regione Galan e il ministro delle Cultura Urbani si sono infine parlati. A distanza di cinquecento chilometri, con il calore della cornetta del telefono, il primo avrebbe educatamente fatto presente al secondo i suoi dubbi sulla riforma della Biennale, e tra tutti quello che riguarda la Consulta, e il secondo avrebbe risposto al primo che, per carità, si può discuterne senza però rimangiarsi una virgola. Tutto molto civile. I due, dopo la premessa delle cortesie e del grazie per aver chiamato, si affronteranno sul serio a Roma, a metà della settimana prossima, probabilmente a pranzo e, per Galan, sarà forse l'ultima occasione per tentare di salvare il salvabile dell'autonomia della Biennale e, nel dettaglio, per far cancellare la parola Consulta dallo statuto della riforma. La strada è molto in salita. Galan avrebbe invitato Urbani alla riflessione, gli avrebbe materializzato i suoi dubbi e quelli di un'intera città che tuttavia sembrano di giorno in giorno attenuati nel primo cittadino) gli avrebbe dato il suo appoggio all'idea di creare una fondazione, di allargare le fondamenta dell'istituzione, di cercare aiuti e via dicendo ma sulla Consulta no, sulla Consulta sarebbe stato irremovibile. Del resto lo aveva scritto al ministro, quarantotto ore dopo la notizia del ribaltone della Biennale, e lo aveva detto pubblicamente qualche giorno dopo: «E' assemblearismo, così com'è questa riforma è morta dalla nascita». E ancora: «Dalle notizie riportate mi sembra evidente che quanto contenuto nello schema di decreto legislativo spinge la Biennale di Venezia verso acque che poco hanno a che vedere con le acque della laguna e con le spiagge venete. Si cerca dunque ben al di là della terraferma veneta, si cercano sostegni e apporti che possono paralizzare l'attività della Biennale a seguito di una sorta di assemblearismo fra istituzioni o enti non dissimile, nei suoi aspetti negativi, dall'assemblearismo piazzaiolo che alcuni decenni fa portò al decesso di un'istituzione culturale, che da allora non si è ancora ripresa del tutto». Parlano parlando, sulla Consulta gli caddero addirittura le braccia: «Nella Fondazione ci dovrebbe essere un'anima pensante, la Consulta, formata da istituzioni culturali milanesi e romane in buona parte moribonde da decenni. Ma come si fa a proporre una situazione così complicata, da rendere di fatto impossibile l'autonomia culturale dei direttori di settore?».