«Napoli grande discarica a cielo-aperto»? Un'opportunità meravigliosa per grandi artisti: «montagne di rifiuti che aspettano solo di essere rivissute, re-interpretate e imballate da un colossale lenzuolo di Christo» (l'artista che ha imballato canyon, il Bundestag di Berlino, le mura aureliane a Roma)... Il tono, l'avrete intuito, è sarcastico, e lo da un articolo uscito su Repubblica a firma di Cesare de Seta. Storico dell'arte e dell'architettura, direttore del Centro studi di iconografia della città europea a Napoli, romanziere, è studioso partenopeo con una folta bibliografia personale, da decenni appassionatamente impegnato contro scempi e guasti a paesaggi, beni culturali e quanto rientri sotto questa definizione. Urge un'avvertenza: quell'articolo risale al 22 maggio 2004. E conclude, con un efficace colpo di teatro, un'illuminante (o se preferite impressionante) raccolta di testi pubblicati negli ultimi 20 anni su varie testate dallo studioso un tempo avremmo detto «militante»: Bella Italia. Patrimonio e paesaggio tra mali e rimedi, 382 pagine a 25 euro appena stampato nella collana Electa per le belle arti, raccoglie interventi su varie testate tra cui in primis il Corsera, e il quotidiano fondato da Scalfari. Professare, nell'introduzione scrive che la salvaguardia beni artistici, dell'ambiente e del paesaggio è diventato un tema popolare. Fino a una ventina d'anni fa pochi se lo filavano. Come spiega questo mutamento? «Innanzi tutto per l'impegno dei pochi che per anni ne hanno scritto (e qualcuno non c'è più): Antonio Cederna, Mario Fazio, Vittorio Emiliani, un nume come Cesare Brandi con Mario Praz o Rosario Assunto o Giorgio Bassani: persone con una straordinaria professionalità prestate a dare il loro contributo in difesa di un paese che si disfaceva. Purtroppo non mi pare ci sia stato il ricambio generazionale». E dunque l'attenzione è cresciuta perché... «Per merito, anche, del lavoro di questa piccola élite. Anche a livello politico l'ambiente è diventato popolare: lo si deve a fattori come la nascita del partito dei Verdi, ad associazioni protezioni-stiche come Legambiente, il Wwf, il Fai, il Comitato della bellezza, Italia Nostra fino alla crisi violenta che l'ha attanagliata: le loro organizzazioni molto capillari hanno avuto effetti anche sulla politica. E nelle università hanno prosperato i corsi in beni culturali...» I corsi universitari non bastano a spiegare le file ai musei, a certe mostre. «Rispetto a musei come il Louvre o la National Gallery di Londra le file da noi sono arrivate tardi. Sono un sintomo della crescita di interesse verso quel che intendiamo civiltà artistica e che non include solo aree archeologiche o musei ma anche concerti, biblioteche, il patrimonio del sapere come memoria collettiva». Passiamo ai tanti comitati sorti ad esempio in Toscana per lo più contro progetti urbanistici e che fanno capo ad Asor Rosa. Pensa che rispondano a interessi localistici oppure a esigenze più vaste? «Considero il sorgere di comitati come quello creato da Asor Rosa un segno di vitalità, il segno che si avverte il bisogno di tutelare. È possibile che alcuni gruppi rispondano a interessi localistici, però va valutato di volta in volta. II Fai ad esempio ha condotto infinite battaglie per preservare dei luoghi, le ho condivise tutte, anche se difendere la piccola pieve nel trentino forse è meno rilevante che difendere la costa calabrese. Questi fermenti e interessi sono un segnale positivo di crescita culturale. Anzi, oggi il fenomeno più rilevante e nuovo viene proprio dal "basso" più che da grandi firme in difesa di un monumento». Il ministro Rutelli ha rivisto il Codice dei beni culturali così come lo avevo stilato l'ex ministro Urbani. Quali giudica le emergenze più «dannose»? «Il conflitto tra Stato e Regioni che rivendicano l'autonomia su valorizzazione e tutela (che in realtà sono un'unica cosa) dei beni culturali. Su questo sono fermamente statalista e centralista. Lo Stato deve far valere le stesse regole per tutta l'area nazionale. Servono metodi uniformi. Non si può restaurare un affresco o tutelare un monumento in Puglia in un modo e in Liguria in un altro. Guardiamo cos'è successo in Sicilia, che nel contesto paesistico si è comportata malissimo. Nel sud il paesaggio è stato devastato». Spesso perché in affanno, a corto di forze e funzionari, ma non sempre le soprintendenze hanno impedito scempi. «Verissimo, ma proprio perché sono l'anello debole, sono vittime di pressioni di Regioni, Province o Comuni. Se ci disfassimo della rete delle soprintendenze o le indeboliamo sarebbe un disastro enorme». Nel bilancio del Giornale dell'arte sul 2007 lei indica, tra il «peggio» un auditorium progettato vicino alla Cappella degli Scrovegni a Padova, quella di Giotto. Perché? «Epura follia. Qualunque operazione sul suolo presso un edificio che è come una bomboniera di cristallo e dove ci sono problemi geologici equivale a un attentato».