Lo storico laboratorio di taglio e cucito si affaccia da 65 anni su piazza Lippi «Da qui vedo tutto il bello e il brutto» -------------------------------------------------------------------------------- Non è un rapporto d'amore e d'odio. Quello di Sonia Staccioli con la sua città è semmai un confronto quotidiano, fondato su un amore viscerale e una buona dose di rabbia. Da più di 30 anni è lei la "Scuola di taglio e cucito Oltremari Loretta". E dalle vetrine di aule e uffici, in piazza Lippi, vede tutti i giorni il bello e il brutto del centro storico. I vantaggi e i guai dell'immigrazione, le scelte urbanistiche e d'arredo urbano a volte azzeccate e a volte no. Ha un bel piglio critico e rimpiange un po' la Prato che era. Vista la situazione, lascerebbe la città? «A volte ho la tentazione di trasferirmi. Quando rientro da una vacanza, mi capita sempre di pensarci. Poi passa, però. Il mio cuore batte per Prato anche se qui, ormai, ognuno vive a modo suo e non si rispettano più le regole. Nei centri di montagna, al nord, la situazione è ben diversa. Va detto che il problema non è dato solo dagli extracomunitari. Anzi, a volte sono le nostre istituzioni a non insegnare loro le regole e siamo noi stessi a non dare l'esempio. Ci lamentiamo spesso. Ma poi siamo i primi a fare i furbi, a infrangere i regolamenti». Per esempio? «Uno per tutti. Ero in piazza del Comune, qualche tempo fa, e ho visto un ragazzo ben vestito, con un cane al guinzaglio che ha fatto i suoi bisogni proprio di fronte a Mattonella. Il giovane ha aspettato che il cane finisse e, come se nulla fosse, se ne è andato lasciando tutto per terra. Io, quando esco con il cane, ho sempre tre sacchettini con me. Semmai...». Semmai? «Non capisco perché in centro non ci siano distributori di sacchetti». Rispetto delle regole a parte, come vede il futuro dei pratesi? «Non vedo belle prospettive. La crisi c'è e forte. Ma ricordiamoci che non c'è solo il tessile e, forse, l'unica prospettiva è inventarsi nuovi mestieri o recuperare antichi mestieri artigiani. In tal senso, qualcosa si muove. Tanti ragazzi, per esempio, ricominciano a valutare l'idea di fare il sarto. E' anche vero, che spesso i giovani vogliono per forza trovare il lavoro per il quale hanno studiato. E se non lo trovano, restano a casa dei genitori fino a 30 anni». Il suo rapporto con gli stranieri qual è? «La mia scuola dà su piazza Lippi e su via Cironi. Avete descritto tante volte la situazione che è venuta a crearsi qui. Devo dire, però, che sono una persona che sa farsi intendere. Quando esco, tutti mi salutano. Riesco a farmi rispettare». Per quanto riguarda il suo lavoro, cosa è cambiato con l'arrivo di tanti stranieri? «Abbiamo avuto e abbiamo numerosi allievi stranieri. Abbiamo ospitato ragazze brasiliane e cecoslovacche, per uno stage, con le quali abbiamo instaurato un buon rapporto. Con gli stranieri, e non solo per colpa loro, è forse difficile viverci. A scuola, però, va tutto bene. Gli africani, per esempio, sono molto solari. Sono sempre allegri e prendono la vita a modo loro. Vengono anche tanti occidentali. L'anno scorso abbiamo avuto, in tutto, dieci stranieri fra i quali una ragazza tedesca, un'ungherese, un francese, una marocchina e un australiano, un insegnante venuto da noi per imparare grazie a un particolare progetto di formazione». E con i cinesi? «La difficoltà è la lingua. Non tutti coloro che vengono la conoscono abbastanza da poter capire le lezioni, da poter studiare. Ma non sono gli unici. Con alcuni pakistani ho dovuto addirittura fare lezione con il libro d'inglese aperto». Torniamo alla città. Dove vive? «Vicino alla scuola, in piazza Martini. Amo il centro e se dovessi cambiare casa, la comprerei sempre qui. Mai mi sognerei di vivere in una villa alla Castellina». Cosa le piace del centro? «Ho le mie abitudini. Faccio la spesa in centro, la domenica prendo il caffè in piazza del Comune. Ci ritrovo la Sonia bambina, che usciva con la nonna». E che facevate? «Mi portava in giro per il centro, appunto. Andavamo al teatro e al cinema. Allora c'erano più sale di oggi. Ricordo il Corso, il Centrale, l'Eden, la Sala Garibaldi, il Borsi e quello all'aperto in via della Stufa. Ancora oggi, se voglio vedere un film, resto a Prato. Non vado in una multisala». Come si ricorda la Prato della sua infanzia? «Mi ricordo una bella città. Abitavo in un casamento in via Manassei. Eravamo nove inquilini e, a quei tempi, potevamo lasciare le porte interne aperte. Dedicavamo una parte del nostro tempo agli anziani del palazzo, ai loro bisogni». Perché adesso va peggio? «E' una città più grande, industriale. Non mi trovo più con il suo stile di vita frenetico». Però anche lei ha lavorato e lavora sodo... «In effetti mi sono costruita da sola. La mamma aveva aperto la scuola a dimensione casalinga, nel senso che teneva le lezioni in casa. Oggi abbiamo attrezzature, macchine, insegnanti di marketing, di disegno, di storia della moda, di tecnologie. Devo essere per forza imprenditrice di me stessa». Con tutti i pro e i contro degli imprenditori... «Sì. Per esempio, come scuola dobbiamo operare in un certo regime e accettare determinate regole. Mi parrebbe opportuno, allora, che ci dessero contributi in maniera tale da abbassare le rette. E' impossibile chiedere una retta astronomica per finanziare gli investimenti, senza contare che molti non possono neppure permettersi la retta attuale. Dare contributi a questa scuola, come ad altre del resto, sarebbe un investimento nella formazione di tanti giovani. Devo dire, in ogni caso, che mi piace molto il mio lavoro». Vocazione di famiglia? «Fin da piccola ci ho sempre pensato. Pensavo anche che, diventando un giorno stilista, avrei continuato a dire "io sono di Prato" e non di Firenze come tanti altri». E oggi? «Fossi stilista non direi di essere nè di Prato, né di Firenze, né di Pistoia». Un'occhiata alla sua vita privata. Quando e come ha conosciuto suo marito? «Ci siamo conosciuti frequentando la parrocchia del Duomo. A 18 anni eravamo già fidanzati in casa». Un amore così duraturo non capita a tutti. Non pensa di essere fortunata? «Senza dubbio. E senza contare che se non avessi avuto accanto a me una persona che mi ha sempre compreso, permettendomi di dedicare tanto tempo al lavoro, ma anche di andare al teatro o al cinema, sarebbe stato tutto più difficile».