"LOra" lo salutò come il nuovo Louvre ma da allora funziona a singhiozzo: dopo i restauri potrebbe diventare la casa del Settecento Nato come rifugio per indigenti è uno spazio enorme che potrebbe sopperire alle carenze dellAbatellis Lotto agosto del 1772 si svolse a Palermo una singolare cerimonia: un gran numero di indigenti - storpi, mendicanti, infermi - fu traslato da alcuni malandati corpi di fabbrica situati poco fuori Porta di Termini, adibiti a ospizio, nel nuovo Real Albergo dei Poveri, inaugurato a poco meno di trentanni dalla posa della prima pietra avvenuta nellaprile del 1746. Anche se a quella data i lavori - incorreggibile prassi palermitana, quella di inaugurare per sfinimento ancora in corso dopera - non erano ancora ultimati e sarebbero stati proseguiti sino ai primi dellOttocento. Cerimonia solenne, in un tempo in cui anche la povertà poteva essere spettacolo, che prestava i propri apparati scenografici a una finalità sociale di tipo nuovo, contagiata dai lumi riformatori che avevano improntato lazione di Carlo III di Borbone prendendo a modello quanto era già stato realizzato a Roma e Genova e addirittura in anticipo sul colossale (e rimasto incompiuto) Albergo dei Poveri napoletano i cui lavori erano iniziati soltanto nel 1751. Collocato lungo la stradone di Mezzomonreale, e quindi al di fuori della cinta urbana laddove si trovava una necropoli etrusca, ledificio contribuiva allipotesi di un disegno unitario degli assi di espansione della città, in cui le nuove tipologie architettoniche definite dallinteresse per il bene comune facessero da corolla al tracciato segnato dalle mura cinquecentesche. Il progetto dellAlbergo dei Poveri fu affidato al palermitano Orazio Furetto (1714 - 1785), che ebbe la meglio su quello presentato da Giovan Battista Vaccarini, lartefice della Catania barocca rinata dal terremoto e architetto capace di una visione di spazi e di strumenti linguistici decisamente più innovatori di quelli messi in mostra da Furetto; il quale, per la Reale fabbrica dei Poveri, si limitò a mettere in opera in modo diligente un repertorio privo di scarti, con la chiesa centrale dedicata a Santa Maria della Purificazione che riprende i moduli tardobarocchi e i grandi blocchi omogenei del lungo prospetto separati dal portale. Ma se sotto il profilo architettonico lAlbergo dei Poveri non presenta aspetti di particolare rilevanza nonostante gli interventi conclusivi del Marvuglia, ben diverso è il discorso per quanto riguarda la sua funzione sociale: negli ampi locali organizzati intorno ai due grandi cortili porticati, oltre ai dormitori, ai refettori e ai lavatoi, furono infatti organizzati (come riferisce Gaspare Palermo nella sua guida del 1816) «le scuole da filare e far calzette, lopificio delle paste ed i lavori di cotone [] il forno, la stanza dei telari per tesservi tele di diversa qualità e lavori, sì per servizio della comunità, come anche per commissione di persone estere [] È un oggetto che interessa i viaggiatori esteri, il setificio in diversi camerini, destinati tre per laddoppiamento, filatojo e incannatoio, che mediante due alte e larghe macchine di legno, girano a forza dacqua [] a imitazione di quelli di Francia e sotto la direzione di un tessitore di drappi francese». Una prassi di recupero e inserimento sociale fondata sul lavoro e sulla produzione manifatturiera, insomma, in linea con il pensiero riformatore dellepoca, anche se inevitabilmente esposta allaccumulo non proprio disinteressato di filantropico plusvalore. Dopo la metà dellOttocento, il Real Albergo dei Poveri andò lentamente svuotandosi della sua originaria vocazione, e dal 1898 ospitò esclusivamente donne (da cui lincertezza della denominazione: dei poveri o delle povere?); e fu per molti una sorpresa quando, giusto venti anni fa, ledificio ormai parzialmente acquisito dalla Regione fu finalmente aperto al pubblico con una mostra di Fernando Botero sponsorizzata dallItaltel (erano gli anni ruggenti delle prime sponsorizzazioni), e lambizione, rilanciata da un titolo del quotidiano "LOra", di potere diventare nientepocodimenoche il Louvre di Palermo. Ci saremmo accontentati, ovviamente, di molto, molto meno: di uno spazio espositivo capace di funzionare a regime, di una destinazione museale in grado di far uscire dal limbo degli eterni programmi quei due o tre musei che davvero servono alla città e alla sua storia, di un polo culturale capace di organizzare e far convivere diverse forme di spettacolo. Naturalmente non è avvenuto nulla di tutto questo, anzi per un certo periodo è sembrato che ledificio dovesse ospitare gli uffici della Soprintendenza, e soltanto dopo non poche polemiche tale destinazione - uno spreco, considerando il panorama cittadino e non solo - fu scongiurata, e ricominciò lestenuante gioco a rimpiattino tra lavori di restauro, qualche mostra a intervallare i lunghi periodi di inutilizzo e il dibattito sulla destinazione definitiva. Fino a oggi, quando - lannuncio è stato dato dalla soprintendente Adele Mormino in occasione della assemblea cittadina sui musei di alcuni giorni fa - i restauri stanno per essere ultimati, pochi mesi ancora sino allinizio dellestate. Poi, però, il vuoto programmatico, come da ventanni a questa parte durante i quali lAlbergo dei Poveri ha comunque ospitato mostre di alta qualità e importanza, sia di arte antica - una su tutte, quella dedicata nel 1990 a Pietro Novelli - che contemporanea, come quella di Jannis Kounellis che per loccasione (era il 1994) nellultimo salone sospese in volo schiere di armadi con le ante spalancate verso lo spettatore. Uno spazio duttile insomma, sia pure anche in queste occasioni fortemente sottoutilizzato: gli ambienti generalmente destinati alle esposizioni occupano, infatti, circa un ottavo di quelli disponibili tra piano terra e primo piano, senza contare i grandi cortili, e tale misura andrebbe moltiplicata per sedici qualora fosse condotta a termine in tempi ragionevoli lacquisizione e il recupero dellaltra ala. Uno spazio enorme, dalle potenzialità in gran parte inespresse, che attenderebbe soltanto una reale capacità progettuale e una parallela chiarezza dintenti operativi: perché quando sarà dismesso il cantiere del restauro, limpiantistica museale (a Palermo tutto procede per comparti stagni e conseguente allungamento dei tempi necessari per il pieno recupero) sarà ancora in alto mare, vincolata come è logico dalla destinazione duso. La prima - la più ovvia e necessaria - sarebbe quella legata a doppio filo al destino della Galleria regionale di Palazzo Abatellis, che quando riaprirà i battenti con la nuova ala settecentesca sarà costretta ancora a tenere nei depositi una parte ricchissima delle proprie raccolte, quelle che Vincenzo Abbate ha portato alla luce negli anni della sua direzione con una serie di mostre sorprendenti legate in particolare alle arti decorative del Settecento. Un museo del Settecento (lo chiede da tempo la Fondazione Salvare Palermo) avrebbe il duplice vantaggio di assicurare la visibilità delle collezioni e di istituire un polo museale dedicato a una età di grande rilevanza per le arti in Sicilia. A questo si potrebbe affiancare - ledificio lo consentirebbe, sul modello per esempio del Palazzo Reale di Milano - una o più sequenze di saloni da destinare alle grandi mostre temporanee, per le quali - sia di arte moderna che di arte antica - non esistono in città strutture adeguate a una politica culturale di ampio respiro. Per quello scacchiere di musei ipotetici che inalbera da sempre il cartello "lavori in corso", sarebbe una occasione da non perdere.
la Repubblica
20 Gennaio 2008
✓ Entità verificate
PALERMO: La scommessa perduta del museo. Ventanni fa ledificio aprì al pubblico e ospitò la prima mostra
SE
Sergio Troisi
la Repubblica
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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