Centoventi giorni possono bastare. L'accordo che ha portato a quattro mesi il termine per il silenzio-assenso delle Soprintendenze alla vendita di beni statali di interesse culturale è stato un compromesso onorevole. Anche perché di artistico «non sarà venduto quasi nulla» e la salvaguardia di molti beni di «minimo valore» può essere assicurata meglio da un privato. Il ministro dei Beni culturali Giuliano Urbani è piuttosto soddisfatto. Dopo la levata di scudi contro l'emendamento al decretone di fine anno che aveva introdotto a sorpresa una "scorciatoia" per la dismissione del patrimonio pubblico impegnando le Soprintendenze a rispettare un termine (30 giorni) di fatto impraticabile per fornire un giudizio adeguato il ministro ha ottenuto un allungamento dei tempi e tirato un sospiro di sollievo. Ma non è l'unico motivo di soddisfazione. Due anni fa di questi tempi si era scatenato un altro putiferio tra gli addetti ai lavori (con tanto di "manifesto" a firma dei direttori dei principali musei stranieri) in seguito a un articolo della Finanziaria 2002 che di fatto consentiva di affidare a privati la gestione dei musei. Il ministro aveva predisposto un regolamento che nel maggio 2002 ha ricevuto l'alt del Consiglio di Stato perché in contrasto con le nuove disposizioni sul federalismo previste dalla revisione del Titolo V della Costituzione. Chi avversava un impegno più diretto dei privati all'interno dei musei ha cantato vittoria. Ma oggi Urbani si prende una piccola rivincita. Vedremo come. Ministro, le sembrano sufficienti 120 giorni per valutare se un bene pubblico può passare di mano? Mi sembra un tempo ragionevole. Non ho mai avuto obiezioni al principio del silenzio-assenso perché vendite di questo genere, che avvengono per evidenti necessità finanziarie, impongono la definizione di un termine. Ma indicare 30 o 60 giorni sarebbe stato controproducente, avrebbe indotto le Soprintendenze a una sorta di rifiuto preventivo con il risultato di bloccare le dismissioni. Il termine di quattro mesi mi sembra un'utile via d'uscita. Ma con quali criterì verranno scelti i beni da mettere in vendita? In realtà come beni culturali in senso stretto non sarà venduto quasi nulla. Potranno essere alienati immobili con minimo valore artistico, la cui manutenzione e salvaguardia può essere meglio assicurata da un privato. Ci potranno essere palazzi storici venduti a una banca o a una società finanziaria; cambierà la destinazione d'uso ma resteranno i vincoli di controllo del soprintendente. Esiste un catalogo dei beni alienabili? Si farà una mappa del patrimonio. Il nuovo Codice dei beni culturali prevede una catalogazione da parte del ministero di cui si occuperà il dipartimento antichità, belle arti e paesaggio. Poi c'è la raccolta di informazioni già avviata dal Demanio, una sorta di censimento. Certo, non si farà in un giorno, è un percorso che durerà qualche anno. Del resto se ne parla dal '38 e sono orgoglioso di essere il primo ministro dei Beni culturali a iniziarne l'attuazione. Abbiamo anche un nuovo strumento a nostra disposizione, la Spa Arcus che ci fornirà risorse aggiuntive. Di che cosa si tratta? Arcus è stata istituita di recente con il compito, tra l'altro, di promuovere e fornire sostegno finanziario a progetti di restauro. In base ad un regolamento definito con il ministero delle Infrastnitture ad Arcus verrà riversato il 3 del budget dei progetti della legge Obiettivo. Il regolamento attuativo è già pronto: per rendere subito disponibili le risorse verranno stipulati dei mutui a valere sui trasferimenti dai budget delle grandi opere. Resta aperta la partita con le Regioni sui rispettivi compiti? La collaborazione con gli enti locali è indispensabile. Il Codice dei beni culturali attualmente all'esame delle commissioni parlamentari ha chiarito molte cose, definendo cosa appartiene a tutela, valorizzazione e pubblica fruizione. Sulla valorizzazione opera la legislazione concorrente ma in ultima analisi tutte le attività trovano un limite nelle leggi di tutela, che fanno capo allo Stato. Si spieghi meglio... Prendiamo ad esempio il Cenacolo vinciano, È a Milano, ma sulle scelte volte alla sua valorizzazione l'ultima parola spetta all'organo di tutela, quindi al soprintendente. Un altro tema su cui le polemiche sono sempre state accese è la privatizzazione, avviata con scarso successo nella Finanziaria 2002. Cosa è cambiato? Innanzi tutto c'è l'esperienza della fondazione museo Egizio a Torino. È il primo statuto che abbiamo approvato e prevede l'ingresso di due fondazioni bancarie, quelle di Compagnia San Paolo e Crt che finanzieranno l'attività del museo con risorse ingenti (si parla di 50 milioni di euro, ndr). Lo Stato continuerà a spendere quanto faceva prima, queste risorse sono aggiuntive e consentiranno di realizzare nuovi progetti di valorizzazione. Ma la gestione dei musei da parte dei privati non si era arenata con il blocco del regolamento attuativo dell'articolo 33 Finanziaria 2002 da parte del Consiglio di Stato? Il Codice, anche qui, ha cambiato tutto e reso non più necessaria la presentazione di un nuovo regolamento. Concedere il global service di un museo ai privati sarà possibile con un decreto ministeriale, sempre che si tratti di un bene di «interesse nazionale» e che la società, fondazione, o consorzio cui sarà affidata la gestione sia partecipata dal ministero dei Beni culturali. Ovviamente la concessione del servizio non concede in esclusiva il bene. Qualche esempio di bene di interesse nazionale? I musei statali, dagli Uffizi, al Cenacolo, dai musei di Capodimonte a Napoli a Palazzo Ducale a Venezia. Il ministro non aggiunge altro ma considerando che il Codice dovrebbe avere il via libera definitivo entro la fine di gennaio, già in estate potrebbero essere affidate le prime concessioni. E sembra che molte fondazioni bancarie siano già in lista d'attesa.
Urbani: poche vendite e selezionate
Il ministro dei Beni culturali Giuliano Urbani ha ottenuto un allungamento dei tempi per la vendita di beni statali di interesse culturale, da 30 giorni a 120 giorni. Ciò è stato raggiunto grazie a un compromesso con le Soprintendenze, che avevano inizialmente rifiutato di valutare i beni entro il termine imposto. Il ministro ha anche affermato che non ci sarà vendita di beni culturali di valore artistico, ma solo di immobili con minimo valore artistico, che possono essere alienati a privati. Il nuovo Codice dei beni culturali prevede una catalogazione dei beni alienabili e la creazione di un'agenzia, la Spa Arcus, che fornirà risorse aggiuntive per la valorizzazione dei beni culturali.
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