"Nei caffè siede gente che ha tempo per pensare a cose che la gente fuori non avrà mai tempo di vivere". È la tesi di Karl Krauss a cavallo fra l'ottocento e il novecento. Così si potrebbe dire di alcune dispute che, a volte, si svolgono sulle pagine dei giornali ma che sembrano lontane dalla vita quotidiana dei cittadini. Eppure non se ne può fare a meno. Così torniamo su temi quali i rapporti tra Stato e autonomie locali, le relazioni fra pubblico e privato. Sul primo tema, proprio in queste settimane si è detto e scritto molto. L'occasione era ghiotta, determinata dall'iniziativa del governo in materia di riforme costituzionali. Ma noi vogliamo tornare su questo tema con riferimento al settore dei beni e delle attività culturali. Aiutati dal 36 Rapporto del Censis sulla situazione del Paese. Nelle considerazioni generali si elencano i fattori che hanno determinato la crisi dello Stato nazionale e si conclude affermando che «non è questo nostro Stato che non funziona ma il paradigma statuale con il modello e la logica piramidale, gerarchica, a poteri accentrati, con interazioni tutte in verticale che l'hanno fatto vivere e ne hanno fatto anche la grandezza per decenni». Ho fatto questa citazione perché sintetizza ciò che rappresenta un diffuso sentire. Questa analisi si può riferire, in larga misura, anche al settore dei beni culturali. Da circa un ventennio è andato in crisi un modello che aveva funzionato per molti decenni. Eppure c'è ancora chi si ostina a non prenderne atto e finisce con il proporre soluzioni «fuori tempo». Sino alla fine degli anni '70 il modello che presiedeva al settore dei beni culturali era articolato su tre cardini: la comunità scientifica degli storici dell'arte cui era affidata la tutela del patrimonio; la scuola e l'università che garantivano la formazione dei tecnici ma anche il pubblico della fruizione; il circuito dell'editoria, delle guide, delle riproduzioni che assicuravano la divulgazione. In questo modello non rappresentava uno scandalo chiudere i musei alle 14.00. Tutt'altro. Ma agli inizi degli anni '80 si assiste ad un fenomeno, prima del tutto sconosciuto, che mette in crisi il vecchio modello. La mostra dei Bronzi di Riace a Firenze e Roma mobilita centinaia di migliaia di persone, cogliendo del tutto impreparati gli addetti ai lavori. In poco tempo si passa da 10 a 20 milioni di visitatori dei musei. Si comincia ad affacciare l'ipotesi che il pubblico dei musei, delle mostre è costituito, in realtà, da «pubblici». La fruizione di un bene diventa «un'esperienza di contiguità» e non più solo un' occasione di conoscenza e formazione individuale. Nella società si diffonde un'adesione di massa alle logiche del mercato, insieme ad una profonda sfiducia nelle capacità delle pubbliche istituzioni. È in questo contesto che l'economia si confronta con questo settore più organicamente, analizzando da vicino i riflessi che il sistema dei beni culturali ha o può avere sullo sviluppo locale. La nuova situazione determina una diversa attenzione delle città che avvertono quanto le politiche culturali possono incidere sull' identità locale e, allo stesso tempo, generare sviluppo, alimentare la competizione. Il rapporto dialettico con lo Stato, per ridiscutere ruoli e competenze, nasce in quel contesto e con queste motivazioni. Si diffondono così politiche che mettono in relazione i beni culturali con i rispettivi contesti sociali ed economici, generando uno sviluppo mai così rilevante del turismo culturale. Si fa strada una nuova consapevo1ezza: stante le mutate caratteristiche dei pubblici dei beni culturali (e l'incidenza che determinano sull'indotto economico) i valori propri dei beni e delle opere, di per sé, non garantiscono un'attrazione certa e continua. Si pone quindi la necessità di azioni efficaci e continue di promozione e valorizzazione per promuovere flussi turistici e costruire un indotto. Azioni che non si possono sviluppare senza la rete delle autonomie locali e i privati. Questo, e non altro, è ancora in giuoco in questo momento. Se vogliamo giocarci in alto il requisito di un Paese con un così grande ed esclusivo patrimonio è da qui che dobbiamo partire.
La politica culturale genera sviluppo
Il rapporto tra Stato e autonomie locali è un tema in discussione. Il governo ha proposto riforme costituzionali, ma il settore dei beni culturali è in crisi. Il modello che ha funzionato per molti decenni è stato quello di tutela del patrimonio, formazione e divulgazione. Tuttavia, con l'aumento della fruizione dei musei e delle mostre, si è diffusa l'ipotesi che il pubblico dei musei sia costituito da pubblici, e non più solo da individui. Ciò ha portato a una diversa attenzione delle città, che vedono le politiche culturali come un fattore di sviluppo locale e di identità.
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