Erano numerosi, un tempo, a Bari i negozi di tessuti. Ed era bello sbirciare dalle vetrine le pile variopinte che sembravano sculture alle spalle dei commessi abilissimi nel trovare in quella policromia la pezza che serviva alla signora o al mastro sartore che stava lì, pensieroso a fronte del bancone ingombro di metri lineari pesanti come clave e di forbicione di ferro scuro. I commessi mi affascinavano per la loro doppia bravura che il mio amico Pallante a via Sparano ancora può vantarsi di esibire. Il primo talento era gestuale e ricordava leleganza sinuosa di un ballerino di flamenco: consisteva nel calibrare a braccio la misura della stoffa. Afferrava con il pollice e lindice della mano destra il lembo estremo del tessuto, (era la cimosa?) lo sollevava con gesto ieratico, facendo scorrere la mano sinistra fino a raggiungere un confine probabile e lo portava a coincidere con la scapola sinistra. Potevi giurare che era un metro. La stoffa restava ben tesa qualche istante, tenuta anche dal mento nel suo bel mezzo come fosse un bavaglino, e poi safflosciava sul bancone pronta alla verifica della traccia centimetrata segnata sul bordo del tavolone. Il secondo talento consisteva nello sforbiciare deciso e veloce con cui quel maestro delle vendite sbeccava la pezza per poi, con chirurgica precisione delle mani, sbranarla in un taglio definitivo. Il rumore era quello, tale e quale, di una pernacchia ben fatta e, noi ragazzini, la valutavamo con ovvia competenza tra le migliori nel genere delle pernacchie secche per non dir di peggio. Alcune inimitabili. Dipendeva dalla pezza. Il percalle era il più sonoro per certe sue qualità tessili che non saprei riferire. Sta di fatto che alcune pernacchie particolarmente lancinanti presero il nome di "Strazzapercalle". I discoli miei coetanei potranno confermare. Ad uno di questi commessi di consumata perizia, vittima non rassegnata di disavventure coniugali, fui indirizzato da un amico di famiglia perdigiorno e ribaldo eroe degli aneddoti da caffè, con la commissione di chiedergli un metro buono di "pezza a colore". In città, ma non dirò quale, sera sparsa rapidamente la voce (risultata, poi, mendace) di una improvvisata del commesso che aveva colto sul fatto di un intimo colloquio la moglie. Costei si sarebbe giustificata e avrebbe ottenuto il perdono adducendo prove che furono giudicate dai maldicenti con unalzata di spalle, "Pezze a colore". Io ignoravo lantefatto ben noto al malcapitato marito il quale, quando si sentì chiedere da me, sfrontato perché in buona fede, un bel metro di "pezza colore" andò su tutte le furie, afferrò il metro e mi rincorse fino alla soglia del negozio pronunciando irripetibili minacce. «La pezza a colore» nel nostro colloquiale modo di espressione non ha niente a che vedere con larte sartoriale, peraltro periclitante e residuale, pur nella tenacia dei nostri artigiani del taglio e cucito. È, come tutti sanno, un rimedio conclusivo, una scusa ben trovata, una motivazione opportuna e funzionale per una gaffe. La "pezza a colore" è qualcosa di cui ci si deve accontentare per ricucire una situazione, altrimenti compromessa, un rammendo quasi invisibile per via del colore omologo. Ma è, pur sempre, un rammendo, una ricucitura, una scusa. Il meno peggio. Anni fa, quando della ricostruzione del teatro Petruzzelli si parlava come di un sogno, ci si accontentò di tirar fuori la questione del colore. Oggi che ci siamo svegliati, pare che abbia prevalso, nelle scelte dei Baresi, il rosso che ricordano le viventi generazioni. Rosso sfrontato e altezzoso, invece del tradizionale bianco certo molto più elegante. Un tempo questa questione del colore mi sembrò una "pezza a colore". Oggi si faccia come vorrà la sovrintendenza che aprirà il Teatro. Altri colori occupano la mia riflessione come il bronzo di certe facce. Pare che questo colore sia una specie di tintarella che viene con il potere. Ma, per parlare "de minimis" che non guasta, mi preoccupa il verde dei semafori, puramente decorativo, il verde che, primo o poi, verrà nel giardino di Punta Perotti. E il nero dellusura, il cupo nero delle estorsioni, il nero della vergogna di cui la mafia (il termine non è mio, è dei giudici, se la stampa non riferisce sciocchezze, cosa che non credo) ricopre la città e la provincia. Il grigio topo del bullismo adolescenziale nelle scuole, e non solo, che nessuna pezza a colore varrebbe meglio a sedare che un bel pagliatone (altra gergalità ben nota i Baresi). Quanto alla politica, a certa politica ci vorrebbe un commesso di una volta, uno bravo, per prenderle le misure, e strappare bene un paio di metri di percalle. E ci vorrebbe un intero negozio di "pezze a colore".
BARI - PETRUZZELLI: Il rosso fiero del mio teatro. Petruzzelli, finalmente il colore non è una scusa
Il commesso di tessuti, che si occupa di vendere metri di stoffa, è un personaggio affascinante e abile. Il suo talento è nel calibrare la misura della stoffa con precisione, utilizzando un gesto sinuoso e ieratico. Inoltre, è un maestro nell'uso della forbice per tagliare la stoffa con precisione e velocità. Il commesso è anche un personaggio di grande passione e di grande passione, che si impegna a vendere i suoi prodotti con entusiasmo e dedizione. Il commesso è anche un personaggio di grande passione e di grande passione, che si impegna a vendere i suoi prodotti con entusiasmo e dedizione.
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